Se ne è andato il gigante nero, Jonah Lomu, l’uomo che ha cambiato il rugbyImmensa e jellata, la leggendaria ala degli All Blacks degli anni ’90: 1 metro e 96 per 119 chili ma capace di correre i 100 metri in 10”8, nel 1994 era atterrato sul pianeta ovale con l’impatto devastante di un meteorite di materiale sconosciuto, segnando mete a ripetizione con grappoli di difensori inutilmente aggrappati al suo corpo da superman nero (lo vedemmo in azione anche contro l’Italia, a Bologna nell’ottobre del 1995, e dal vivo era ancora più impressionante) guadagnandosi il primo cap con la nazionale neozelandese ad appena 19 anni e un mese.

Si era però dovuto ritirare una prima volta a soli 24 anni, nel ’97, per una sindrome nefrosica, sottoponendosi poi 10 anni fa ad un primo, drammatico trapianto del rene. Aveva provato a rientrare, era ritornato anche in nazionale nel 1999 prima di trasferirsi in Galles, di mollare tutto di nuovo e di tentare un’ultima un po’ malinconica avventura in Francia nel Marseille-Vitrolles, un club di terza divisione, a metà dello scorso decennio.

Negli ultimi anni era diventato una presenza costante nei grandi eventi, un monumento del rugby, mercoledì una improvvisa crisi cardiaca se l’è portato via ad Auckland, la sua città. Lì era nato nel 1975 da genitori tongani – il suo nome vero era Siona Tali Lomu – crescendo in un quartiere degradato della metropoli neozelandese, assistendo da piccolo anche alla morte violenta di uno zio, ucciso a colpi di machete in strada. Dopo una trafila vincente nelle giovanili il suo grande momento arrivò ai Mondiali del 1995 in Sud Africa, quelli immortalati dal film “Invictus” di Clint EastwoodUn ciuffettino di capelli in testa allo stile Pacifico, una potenza mai vista.

Jonah Lomu

L’immagine di Lomu che nella semifinale contro l’Inghilterra si libera del placcaggio di Tony Underwood, poi di quello del capitano inglese Will Carling, e infine passa letteralmente sopra Mike Catt prima di schiacciare in meta rimane fra le più famose della storia del gioco. Quel mondiale gli All Blacks lo persero poi a sorpresa contro il Sud Africa in finale, ma Lomu brillò di luce propria, segnando 15 mete – record pareggiato da Brian Habana all’ultima Coppa del Mondo – e trasformandosi in un icona a livello mondiale. L’eroe indiscusso di un rugby che stava cambiando con l’arrivo del professionismo e puntava sulla forza, sull’energia, sulle folate incontenibili di Jonah. Con il jersey nero di mete ne ha segnate in totale 37, quinto nella graduatoria di sempre.

Era in lista per una seconda operazione, dipendente dalla dialisi, ma in Inghilterra aveva voluto esserci a tutti i costi per partecipare ad alcune attività promozionali, anche se in agosto si era trovato per sei ore ospedalizzato. Il rugby era la sua vita, più volte aveva ripetuto di voler tenere duro fino a quando i suoi due figli, Dhyreille e Brayley, oggi di 5 e 6 anni, avessero compiuto 21 anni. Non c’è la fatta, il placcaggio più duro questa volta lo ha fermato ancora lontano dalla meta, ad appena 40 anni.

fonte: La Stampa

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