Avete presente quel momento in cui finito l’allenamento ci sediamo?
Si, quel momento dopo allenamento, sincronizzazione Garmin e selfie in cui iniziamo, o dovremmo iniziare a rientrare nel mondo reale?
Quanto dura in realtà? Qui il tempo si dilata. Non sto parlando dell’allenamento flash di pausa pranzo, li vorremmo davvero il tempo si dilatasse, ma ci portiamo l’energia dentro il lavoro, ci serve per calmarci dal collega molesto. Io sto parlando di quel momento, quello lì, soli a casa, con calma, in cui iniziamo a spogliarci, anzi vorremmo farlo, ma siamo talmente intontiti di robbbbabbbuona chiamata endorfine che iniziamo a meditare sui mali del mondo, trovando talvolta tutte le risposte, perdendole poi nello stesso flash che ce le ha portate.
Quel momento in cui tolto il casco da bici ci sediamo per iniziare a sfilare i calzini, tirare giù la zip della maglia attillata e poi sfilare i ciclisti con fondello, ma invece rimaniamo seduti sulla tazza a guardarci allo specchio; quel momento in cui togliamo la canotta sudata marcia e sullo stesso sanitario non vediamo la faccia stanca con occhiaie e i vari segni di abbronzatura, da quello degli occhiali alle tre diverse nuance canotta-body-ciclismo su braccia e spalle; quel momento in cui con gli occhi segnati come un panda, pur essendo in aumento e non in estinzione, rimaniamo in trance con asciugamano in vita ed il costume appeso che ci gocciola sul collo.
Come usiamo questa sensazione? Questa energia che ci regalano le endorfine-robbbabbuona?
Eeeehhhh niente.
Spesso svacchiamo nel peggiore dei modi, postiamo su Instagram foto di dubbio gusto con tempi che sarebbe meglio nascondere, ma siamo fieri di noi, fieri della nostra fatica, intontiti dalle endorfine neanche ci chiediamo se interessi a qualcuno e quante risate si farà il nostro amico acido che ci cogliona ogni volta, direttamente sui social o in chat WhatsApp, quella in cui siamo esclusi.
Quando siamo fortunati ci riguardiamo anche il video Relive se siamo in un giorno di bassa intensità mondiale, nel weekend arriverà dopo ore e vivremo con quella piccola ansietta perché non vediamo l’ora di ripostarlo.
Sicuramente ci “Straviamo”, andiamo a vedere com’è andata nei settori, ghigniamo con noi stessi quando molliamo dietro qualche contatto e rosichiamo quando ci vediamo scavalcati. Ci attacchiamo post it mentali per ricordarci di mollare tutto nel settore dove siamo indietro, salvo non capire dove inizi e dove finisca.
E poi e poi incrociamo sensazioni e dati su connect, scopriamo sul tracciato cardio o passo quanto le chiacchiere disturbino la qualità del nostro allenamento, le chiacchiere da bar incrociando conoscenti in corsa, i ritardi prendendo ettolitri d’acqua alle fontane, i pettegolezzi tra una ripetuta e l’altra in vasca…
ma in fondo va bene così… “va bene va bene va bene anche se non ci conviene, va bene, va bene così!”
Viviamo per questi momenti, utili e futili, viviamo l’attesa per l’allenamento proprio per arrivare a questa sensazione, una difesa naturale del nostro corpo dalla stanchezza e dai dolori che ci rende leggeri e lucidi, ci fa sorridere e piangere, amplifica le emozioni positive e alleggerisce il cuore dalle negative.
Ammettiamolo, non sopportiamo più selfie e post su gruppi in cui ci si vanta del nulla, questi post sono come le puzzette, piacciono solo a chi le fa, ma poi sapendo come ci si sente in quegli istanti finiamo per perdonare tutti, i più molesti li nasconderemo dalla homepage, l’infermità mentale da endorfine è da proteggere quanto la libertà di espressione.

A proposito dell'autore

Andrea Toso

43 anni store manager, maratoneta e triathleta, testardo atleta.

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