Il tema “Sport e Agonismo” diventa un tema cruciale di discussione, soprattutto tra i genitori che hanno bambini che praticano sport di squadra. Spesso dilaga coinvolgendo non solo babbo-mamma, ma anche allenatori, arbitri, società, tifo. Spesso è un ottimo momento costruttivo, a volte diventa un momento di delirio dove la costruttività e l’obiettivo primario (i bimbi) passano in secondo piano.

I punti di “scontro” più caldi sono:

  • eventi senza agonismo
  • bambini e ruoli (non inteso come “ruolo di gioco” ma ruolo nei confronti del gruppo)

La mia è solo una visione personale, anche se supportata da tantissimi anni passati tra sport di squadra e sport individuali sempre a livello agonistico. Cercherò quindi di sostenere la mia visione con delle citazioni che ritengo in linea con il mio pensiero.

La prima cosa che voglio sottolineare è che non esiste sport senza agonismo: il concetto stesso di sport si basa sull’agonismo. Lo sport nasce come riduzione regolamentata della battaglia, come modo per placare la fame di guerra, limitando i danni. Hai mai guardato un gruppo di bimbi giocare? Non esiste gioco in cui non si mettano in competizione (e lo sport per i bambini DEVE essere un gioco e DEVONO divertirsi): maschi e femmine in modo diverso, solitamente i primi per essere il migliore, le seconde per migliorarsi, con tutti i mix del caso. Puoi farmi tutti gli esempi che vuoi: dalla briscola a nascondino, da 1-2-3 stella alla partita di calcio fatta con i fogli riciclati e il nastro da pacchi, per arrivare alle sfide con i videogiochi.

Ritieni davvero possibile fare sport senza che avvenga una competizione? Ritieni davvero possibile fare sport senza che chi vince riceva un tributo, di qualsiasi entità esso sia, di aver superato gli altri o se stesso? Gli sport individuali in realtà sono molto più crudi di quelli di squadra perché le scusanti e le accusanti sono ridottissime e spesso il confronto si fa con un freddo cronometro o con dei punteggi matematici. Lancio questa amichevole sfida: inventati qualsiasi tipo di gioco, proponilo a un gruppo di bimbi, spiega le regole e osserva!

L’altra cosa importante è che i bimbi, come in qualsiasi società, hanno una totale capacità di riconoscere e riconoscersi un ruolo. Nella scuola, nel fariderimsmo, nella spavalderia, nella furbizia, nella ruffianaggine, in matematica, in italiano o in disegno. I bambini sanno benissimo chi è il top, chi è lo scarso e chi è il mediocre. Vogliamo davvero dissacrare questa regola naturale volendo fare passare il messaggio sacrilego che tutti i bimbi sono uguali, che tutti hanno le stesse capacità e gli stessi talenti? NO!

Ci sono bambini più portati per attività sedentarie, chi per attività di studio, chi per lo sport. Ci sono i super bambini così come ci sono i bambini un po’ meno fortunati che non riescono ad emergere. Loro, i bimbi, tra di loro lo sanno benissimo. Il vero danno è quando gli adulti vogliono mettere ruoli ai propri figli che non hanno: quello può generare nei bimbi dei forti complessi sia di inferiorità sia di incapacità di raggiungere obiettivi che altri hanno prefissato.

Ritorno ad un punto già detto: lo sport deve essere divertimento, il bimbo che perde non si diverte, il bimbo che non si accetta non si diverte, il bimbo che non è accettato non si diverte. A volte ci vuole un po’ di freddezza e di trasparenza: costringere un bimbo in uno sport che non è nelle sue corde è il male per quel bimbo, così come è necessario trasferire ai bimbi l’importanza del cadere e poi rialzarsi, l’importanza di porsi obiettivi, l’importanza di avere dei “miti” da emulare, così come la capacità di accettare i propri limiti.

Ultimamente il mio mondo sportivo è la corsa e lo dico e scrivo sempre che la velocità è una cosa relativa (escludendo i professionisti). Ogni runner deve essere consapevole dei propri limiti, in grado di riconoscere realisticamente i propri avversari e cosciente che ci sono avversari irraggiungibili così come in grado di gioire per aver strappato qualche secondo da un personale.

Ritorno sul concetto della perdita, su cui si apre un tema enorme, ovvero quello dell’elaborazione della perdita: nel libro Scienza della Negoziazione il grande George Kohlrieser spiega come le emozioni (soprattutto quelle negative) debbano essere accettate, digerite, processate e convertite in segnali positivi, in esperienza e in propositi. Questo dobbiamo passare ai nostri bimbi, che la perdita di una partita è un punto di ripartenza, di riflessione, di crescita.

Per concludere questo lungo post condivido alcune frasi tratte da un intervento di Velasco, che oltre ad essere stato lo storico pluripremiato e vincente allenatore della più forte nazionale italiana di Volley, è un appassionato studioso dell’uomo e del comportamento delle persone e che nella sua lunga carriera è passato dall’allenare bimbi, ragazzi, uomini, donne e da ogni esperienza ne ha tratto considerazioni per me speciali per semplicità e realtà.

Ecco alcuni passaggi (presi dal sito obiettivorganizzazione.it ma che ti invito di leggere nella sua completezza):

Lo sport nasce da due grandi fonti: uno sono i giochi, che poi sono diventati sport, man mano che venivano dettate delle regole; l’altra fonte è la guerra, il confronto violento che poi, anche nell’antichità, diventavano tornei.

all’origine dello sport c’è poi uno dei valori tra i più importanti: come gestire l’aggressività e il confronto tra le persone, con delle regole e in modo divertente.

come si fa a fare sport non agonistico. Sarebbe come chiederci: come si fa a fare un gioco tra bambini, il gioco delle figurine o delle biglie, in modo non agonistico? Anche il bambino gioca per provare a vincere.

In realtà, la competizione, l’aggressività, ecc., sono caratteristiche dell’uomo che debbono essere incentivate, per cui se la scuola non le incentiva non si sviluppano.

Il conflitto, l’aggressività, la voglia di dare un cazzotto all’altro, tra i maschi esiste, ed è proprio uno dei valori tra i più importanti dello sport, per cui è importante dare spazio a questo aspetto – che c’è ed è molto forte – attraverso un’attività che ha delle regole e che è ludica e divertente per chi la fa e anche per chi la guarda.

Insegnare a vincere e insegnare a perdere è fondamentale a livello della scuola, a livello delle famiglie, perché non è vero che chi perde è una porcheria. […] E’ importante confrontarsi a livelli diversi, per cui qua io vinco, ma qua io perdo: come bambino che cosa capisco? Capisco che io sono più bravo di lui in una cosa e meno bravo in un’altra. […]  cioè insegnare a vincere e a perdere, insegnare che non siamo tutti uguali […] perché se io miglioro, sto vincendo contro i miei difetti, contro i miei limiti.

È chiaro, se sono tutti più forti di me, è probabile che io debba cambiare mestiere, perché c’è anche questo, ma questo non riguarda solo lo sport.

Lascio quindi un video che spiega e specifica ancora di più il tema:

E ancora:

Quindi le parole di un genitore, nonché famoso coach di basket: DUE ruoli distinti

Chiudo: “colleghi” adulti ogni tanto abbiamo la maturità di rimanere in disparte, guardare i nostri bimbi e imparare da loro. Certo aiutiamoli ad avere gli strumenti migliori per fare le scelte migliori e trovare la strada migliore, ma lasciamoli sbagliare e perdere e rialzarsi. E quando sono in piedi confermiamo loro la medaglia al merito!

Accettiamo, in primis noi, i difetti e i limiti dei nostri bimbi, così come gioiamo per i loro talenti.

(Photo Credit luvmybry)

A proposito dell'autore

Merlinox aka Riccardo Mares Bibabbo, Digital Manager, #AsicsFrontRunnerItaly e Amico del #Piersandro

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