Buio, apro gli occhi, respiro, ho fatto un sogno orribile. Mi alzo, la sveglia suona, la spengo. Bagno, mi sciacquo. Meglio. Vado in cucina e mi spremo un limone. Papà non è ancora sceso. Vado a cambiarmi, cerco di non dimenticare il cardio frequenzimetro, per una volta.

Il dolore al petto sta passando, si è localizzato in un punto. Ieri era tutta la cassa toracica, posso accontentarmi. È una brutta sensazione, come se mi avessero infilzato con un ferro da calza a destra dello sterno. Però sta migliorando e il test di oggi mi serve, quindi si va.

Sono pronta. Pane, marmellata, sali, succo di melograno.

Prendo la bici, papà chiama l’ascensore. Garage. Sistemiamo le bici, devo gonfiare la ruote. La pompa è difettosa, o probabilmente io non la so usare. Non riesco a staccarla dalla ruota, tiro forte e non viene via. Bene. Punto i piedi, l’afferro con la mano, respiro e tiro con tutta la forza che ho. La bastarda si stacca subito, non controllo il movimento, la mia mano si conficca nel pacco pignoni. Mi si blocca il respiro, soffoco un urlo, stringo forte la mano, come se potessi far passare così il dolore, una lacrima mi scende lungo la guancia. Salgo in macchina, prendo una salvietta, mi pulisco, poi ci butto sopra un po’ d’acqua. Che male!

Il Garmin prende i satelliti. Previsti due giri e mezzo di un percorso vallonato, 180 chilometri. Sono le 7.22, l’aria è fresca, frizzante. Mi godo questo momento, tra un paio d’ore sarà molto caldo e non credo rientreremo prima di sei o sette ore.

Corso francia, flaminia, labaro, prima porta. Tiberina. I camion passano larghi solo se possono, altrimenti passano e basta. Lo spostamento d’aria è pericoloso e io ho paura. Papà pedala davanti a me, ma non sto a ruota, siamo sfalsati. Voglio capire come sto dopo la distanza bike di un Ironman.

Lascio che le gambe girino senza fatica o dolore. Papà mi dice di salire in bici dopo i primi 100 chilometri. Quindi non sento la catena e intanto siamo a 32km/h.

Cominciano un po’ di salite, alleggerisco, rallento, vado fuori sella. Prima scollino e meglio è. Il petto si apre ad ogni respiro, l’aria fredda entra e io non sento più dolore. Le gambe bruciano, ma tengo il ritmo, non ci penso. Sono felice, nessuna tensione.

Signorine ai lati delle strade, buche enormi ai lati dei strade, noi due al lato della strada. Guardo a destra, girasoli, loro dormono ancora. L’aria rende tutto più blu, uniforme. È così bello.

Ci fermiamo al volo per andare in bagno. Entriamo di corsa, papà vuole il ginseng, ne ordiniamo due, io vado, ci diamo il cambio, bevo, pago, fuori. Siamo coordinati perfettamente. Noi due, come pochi sanno essere. Riempio la borraccia, abbiamo fatto 25km, vorrei non fermarmi prima di un’altra sessantina.

Capena, andiamo avanti, Fiano Romano, giriamo a destra, salaria. Giro lungo che ci riporta a Roma.

Ehi siamo quasi a Barcellona!

Cioè?

46.5km, ora ritorniamo a Calella.

Sto nelle gambe, penso al percorso della gara. Papà ride. La strada sembra più stretta, mi abbasso sulle barre, acquisto velocità.

Un camion mi raggiunge, accelera, mi supera, perdo il controllo del manubrio. Il corpo si sposta a destra, le mani afferrano i freni, il sangue crolla verso i piedi, la bocca si apre, nessun suono, ancora a sinistra. Suona. L’idiota non solo mi fa passa a trenta centimetri, ha pure la faccia tosta di suonare. Il semaforo è rosso, lo riprendo. Accelero, supero papà. Verde, posso farcela, indurisco, spingo, riparte, non riesco a raggiungerlo. Urlo qualcosa, non so assolutamente cosa, ma sembro convinta.

Ho finito l’acqua. Olimpica, Tor di Quinto, labaro. Mi fermo a riempire la borraccia. Acqua sulle cosce, sulle braccia, in testa. Fa caldo. Due minuti ferma e le gambe sono diventate due tronchi. Sciolgo piano, nessuna fretta, appena vado a vuoto, indurisco di un dente. Oggi è lunga, mi piace.

Secondo giro. Non ci sono quasi più macchine, è lunedì, a quest’ora si lavora. Il giro fila liscio, nessun ostacolo, gambe morbide, bevo ogni dieci minuti, butto giù una barretta ogni ora. Sto bene. Papà non ha più molto da dirmi, pedaliamo in silenzio, insieme.

Dove andiamo ora?

Terzo giro oppure un bastone?

Bastone!

Labaro, acqua, doccia, tiberina. Pedaliamo da quattro ore abbondanti, 120km. Sono salita in bici da poco, ho indurito un dente, ancora 60km, non rischierò di scoppiare oggi. Altro gel, spingo. 130, 135, 140. I chilometri scorrono come fossero metri. Torniamo indietro.

Io ho ancora 30 chilometri.

Io 22 per arrivare a casa.

Non crederai davvero che arrivata a 172 chilometri io mi fermi vero?

Ride. Salitella, scattiamo fuori sella, vado a tutta. Garetta in famiglia, vinco io. Per fare questa minchiata ho bruciato l’ultimo gel. Labaro, ciclabile. Barre, respiro, sudore, caldo, sono le 14:00, acqua, stringo i denti, accelero, sto alla grande.

Guardo i chilometri. Siamo corti, dobbiamo allungare. Usciamo a ponte Milvio, torniamo indietro, olimpica, Moschea. Non basta ancora. Piazza Euclide, via nonsocome, piazza Don Minzoni, via Monti Parioli. Mi sento bene. Casa, 179 chilometri e settecento metri. Non mi fermo, facciamo un giro del palazzo. Uno, due, girano, veloci, non mollo, ci siamo quasi. 180!

Complimenti tesoro!

Ho una fame che mangerei un pollo ripieno di carbonara, con contorno di patate cacio e pepe e una bottiglia di cocacola. Buono. Scendo dalla bici, salgo a casa, doccia. Ora, sia apra il frigo!

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