Il caldo è ovunque. Sembra quasi un’invasione nemica. Non esiste ombra, fontanella o venticello che possa contrastarlo. Sono le 5:15 del mattino, la bocca già aperta, guardo il soffitto. Cinque minuti e mi alzo.

Oggi piattone di quattro ore. Tra un’ora e mezzo ho appuntamento con gli altri, arriviamo a Torvaianica e torniamo indietro, cento chilometri.

Mi alzo, mi lavo, mi vesto. Ho scoperto che molte persone non si lavano prima di fare sport, perché dicono che si suda e quindi è inutile. Non sono d’accordo.

Spremo un limone in acqua tiepida, bevo. Aspetto un quarto d’ora e mangio un paio di cracker di grano saraceno con la marmellata di limoni. Bevo succo di melograno, prendo la bici, esco. Sto facendo una cura depurativa e rigenerante per il corpo, così risolvo tutti i problemi di bruciori, stitichezza e malinconia.

Al portone accendo il Garmin, cerca i satelliti, sono le 6:15. Mi sposto all’angolo col bar, dovrebbe prendere prima, il segnale. Guardo i ragazzi che entrano e escono dal locale, sistemano, puliscono, buttano la spazzatura, ridono, scherzano, uno fuma, mi sale un rigurgito in bocca. Da qualche giorno mi da molto fastidio l’odore del fumo, mi allontano un po’. Il garmin suona, gps pronto, aggancio il pedale.

Piazza Navona a destra, sant’andrea della valle, largo argentina. Passo sulla strada del tram, tanto non c’è nessuno. Arrivo al Tevere, finiti i sampietrini, indurisco i rapporti. Viale Trastevere, voci, urla, risate, Porta Portese. Salgo su per la gianicolense, non sento la salita, indurisco ancora. Oggi mi sento bene, il corpo è morbido, attivo, forte. Mi piace.

Mi fermo davanti a casa vecchia, chiamo la gatta, sento un Miao poco convinto, è arrabbiata con me. Tornerò più tardi. Vado all’appuntamento, cento metri, sgancio, mi siedo sulla canna. È presto. Il bar è chiuso, perdo tempo col telefono. Un fischio, eccoli. Li raggiungo, pedaliamo vicini. Gianfranco, Emanuele ed io. Dobbiamo recuperare gli altri al baretto del vecchietto.

L’aria è molto calda, sono solo le 7:00. St’estate è dura, avere il carico di allenamenti in questi due mesi è uno sforzo enorme. Beviamo il caffè, io no. Ginseng. Arriva Francesco, poi Valerio, poi Gigi. Siamo tutti. Salutiamo, paghiamo, ringraziamo. Tengo la corona grande, loro la piccola, ma io pedalo già da una mezz’ora e non ho il 53 come loro. Continuo a pensare che forse dovrei metterlo, ma non sono sicura.

Pedaliamo. Eur, Colombo. Giriamo a destra verso Ostia. Restiamo in fila indiana, non ci sono molte macchine ma prevenire è meglio che curare.

Le gambe ci sono oggi, spingo con quello che ho, lascio che girino, evito la durezza, non scarico sulle ginocchia, voglio che lavorino i muscoli. La strada è piatta, facile, Gigi si stacca, resta indietro. Vedo la salita, non è lunga, ma in progressione. Lascio il 50, alleggerisco tre denti dietro. Pedalo, vado fuori sella, mi siedo, fuori sella di nuovo, non mi fermo, il respiro si accorcia, il cuore sale, lo sento, non mi curo, vado avanti, respiro a bocca aperta, respiri lungi e profondi, scollino. Non ero mai riuscita a tenere il 50 qui. Molto bene.

Indurisco, mani sotto, falsopiano in discesa e tutta pianura fino ad Ostia. Stop fontanella, pipì. La strada verso Torvaianica è impraticabile, troppe macchine per via degli stabilimenti. Propongono bar, colazione veloce e rientro su Roma. 45 minuti per arrivare ad Ostia, io ho ancora tre ore da dover fare, non mi va di fermarmi, ma sono una contro cinque, mi adeguo.

Bar, ci sediamo, Gianfranco fuma una sigaretta, rimaniamo qui 40 minuti. L’acido lattico mi è salito fino alle orecchie, io non mangio ne bevo nulla. Finalmente riprendiamo le bici, trecento metri e si fermano ad una fontanella. Io dovevo fare un piattone senza variazioni.

Rientriamo su Roma. Gianfranco, Emanuele e Valerio spariscono dopo poco. Francesco rimane con me, ho le gambe che sono due tronchi. Gigi non si vede più, è troppo indietro. Provo ad alleggerire e far girare le gambe più veloci, sono come addormentate. Funziona, un po’.

Arriviamo a Roma, saluto Francesco, proseguo sul lungo Tevere. I semafori mi uccidono. Vado a prendere la Flaminia, sono morbida di nuovo. Le macchine sono vicine, sembra che mi sfiorino, l’aria è bollente. Arrivo a Labaro in pochi minuti, mi fermo, metto la testa sotto l’acqua, litigo con cinque vespe che non sono d’accordo, odio gli insetti che pungono, poi non capisco quale sia il problema, questa fontanella non è loro, mica se la sono comprata. Continuano ad attaccarmi, riempio la borraccia e mi sposto. Maledette. Rimonto in bici.

Pedalo da tre ore. Faccio fatica a respirare, l’umidità rende l’aria troppo densa. Pedalo lungo la ciclabile, mi sento più tranquilla, metto il rapportino e vado avanti agilissima. Qui è difficile spingere, troppi ostacoli, in questo modo almeno alleno il cuore. Il respiro si accorcia, le gambe girano a mulinello, dieci chilometri così.

Recupero le chiavi di casa vecchia, torno su a Monteverde, la salita si sente di più adesso. Va bene così, altrimenti non avrei lavorato bene. Sento il calore che sale dalla strada, guardo le persone, sono tutti seri, sudati, malinconici. Arrivo su, quattro ore di pedalata. Va beh.

Entro, la gatta non c’è, la chiamo ma non risponde, tornerà. Cambio l’acqua, le lascio da mangiare.

10 minuti e sono di nuovo in bici. Scendo giù per la Gianicolense, Trastevere. Dovrei andare a correre per recuperare l’allenamento di ieri sera. È l’una, ci sono 40 gradi, ora non si può fare. Vado stasera. Arrivo a casa, salgo, mi butto in doccia, fredda. Il corpo sospira, si raffredda, le tossine scivolano via. Oggi mi sento bene.

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