Mattina presto, mi alzo. Detesto la mattina presto, non c’è nulla che io possa fare per cambiare questa condizione. Andare a letto prima, non dormire affatto, essere svegliata da una carezza, prendere delle gocce, ho provato tutto, tante soluzioni, nessuna che abbia dato un risultato. Il problema persiste, quindi me ne faccio una ragione.

Il caffè non mi va, dovrei berlo, devo andare a lavorare, non posso arrivarci così. Sento lo stomaco chiuso, è l’emozione. Sono felice.

Mi guardo allo specchio, mi lavo, mi vesto, ancora non sono sveglia. Prendo la muta ed esco.

La mattina scorre veloce, sguardi, risate, parole. Mi sveglio lentamente, senza accorgermene. Pranzo veloce, insieme, macchina.

Arrivo a Fregene, non c’è parcheggio, da nessuna parte, faccio tre giri, m’innervosisco. È solo giovedì, mi chiedo cosa si scatenerà sabato o domenica. Uno sta uscendo, accelero, mi metto dietro a lui, aspetto.

Mi incanto a guardare la freccia che lampeggia e ticchetta. Un tipo dietro a me suona il clacson, gli indico la macchina con la mano, suona di nuovo. Tiro la mano fuori dal finestrino, cerco di spiegarmi meglio,con educazione, suona ancora. Ehi ma qual è il tuo problema? Allarga le braccia, si tocca il polso con un dito. Gli sorrido, ha ragione. In effetti quello ci sta mettendo una vita ad uscire dal parcheggio.

Leva la sabbia, granello dopo granello, dai piedi, tra le dita, poi dalle mani, poi dai pantaloncini, perchè ovviamente non ha avuto l’intuizione di farlo fuori dall’auto, mette gli occhiali da sole, la cintura di sicurezza, fa strane e complicate contorsioni per riuscire a chiudere lo sportello spalancato della macchina, sganciare la cintura non è contemplabile evidentemente. Ecco, è pronto, la macchina parte al terzo giro di chiave, io e il suonatore di clacson lo guardiamo allontanarsi, mi giro verso di lui, mi sorride, faccio lo stesso.

Parcheggio, ci salutiamo con un cenno della mano. Prendo la muta, lo zaino, ho dimenticato le ciabatte, resto con i tacchi, c’è di peggio, almeno credo.

Lettino, sole, vento, digestione. Mi addormento, di botto, senza preavviso. Apro gli occhi, un’ora dopo. Dormire di pomeriggio non mi fa bene, sono completamente rintronata. Guardo il mare, cavalloni, vento, corrente forte. Perfetto.

Metto la muta con grande fatica, il mio corpo è ricoperto di sale. Pronta. Entro in acqua, accendo il Garmin. Decido di non andare troppo a largo, per via delle onde e della corrente. In realtà non mi sento ancora abbastanza sicura a nuotare da sola troppo lontano dalla riva, quindi le onde sono un’ottima scusa.

Premo start, mi tuffo, quattro colpi con le gambe, testa fuori dall’acqua, un’onda mi travolge.

Pochi respiri, ma lunghi, verso il mare aperto, tengo sotto controllo le onde che arrivano, mi lascio al volere del mare. Andare contro ad una forza così tanto più grande di me, nel suo terreno di gioco, sarebbe da idioti. Adatto il mio ritmo al suo, cerco l’efficienza, la pulizia in ogni movimento. Guardo spesso avanti, le boe, le persone, poche. Il mare mi culla, io lo carezzo. Troviamo insieme la nostra armonia, un dialogo muto tra sensibilità diverse.

Non mi fermo, rallento, accelero, respiro, sputo, bevo. Non ho paura, neanche un filo d’ansia. Nuoto e basta. Allungo la mano nel buio, non vedo nulla, è solo tutto verde giallognolo.

La muta si adatta al mio corpo ad ogni bracciata, le gambe sono quasi completamente immobili, spingo, tiro, ruoto la testa, riempio i polmoni, quanto più posso, quanto più entra, quanto più.

Lo stomaco brucia, sarà il sale, sputo e mi concentro sulle punte delle dita. Come entrano in acqua, come si piegano, il cercare di aggrapparsi ad un liquido che sguscia. Prendi l’acqua, dicono. Ma come si fa a prendere l’acqua? Non riesco a trattenerla. Eppure il corpo scivola. Si muovono solo le braccia, lente, forti, immobile il resto. Continuo così, fin quando ho voglia di fare l’amore con il mare, poi si vedrà.

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata