Sono in macchina, fa caldo, sudo. Sento le gocce scendere lungo la schiena, dal collo, sbuffo. Detesto sudare nei vestiti, soprattutto se poi non ho il tempo di tornare a casa a cambiarmi.

La Cristoforo Colombo è lunga, trafficata, piena di semafori. Guido, non penso, respiro. Guardo la strada, ascolto la musica, alzo ancora il volume. Resto a sinistra, metto la quinta, tolgo il piede dalla frizione. Salita, scollino, magari tenessi la stessa velocità in bicicletta. Vedo il mare.

Spingo le mani sul volante, affondo nel sedile, me ne accorgo solo quando i gomiti cominciano a far male. Ho paura. Sono sola, il cielo è scuro, il mare grigio, le onde alte. Parcheggio, spengo, scendo.

Apro il portabagagli, mi siedo, tolgo pantaloncini e maglietta, zuppi. Metto la muta, la chiudo, faccio qualche respiro, lungo, profondo, a bocca aperta. Sono sospiri. Lascio in macchina tutto, chiudo, entro al mio stabilimento.

Mi fermo al bancone, lascio le chiavi. Un tipo mi sorride, è abbronzato, sui cinquanta, pieno di rughe da sole preso in mare aperto, gli sorrido. Fai triathlon, vero? Si, è così. Ringrazio, mi giro, cammino sulla passerella di legno. La sabbia è fredda, in spiaggia non c’è nessuno, il bagnino dorme, se affogo non se ne accorgerà nessuno.

Lascio le ciabatte, entro in acqua. Mi fermo, l’acqua mi arriva appena alle caviglie, guardo il mare, il battito sale. Sento pulsare la gola, le tempie, il petto. Chiudo un momento gli occhi, respiro. Devo nuotare mezz’ora, farò quello che riesco.

Cammino, le onde mi colpiscono, le infrango, sento le mie gambe che tremano, mi fermo. Lascio che l’acqua mi circondi, sono in ginocchio, bevo, sputo, è fredda. Vorrei arrivare alla boa, ma non trovo il coraggio, sistemo gli occhialetti, mi giro verso destra, mi tuffo. Tengo la testa fuori, la bocca a pelo dell’acqua, respiro veloce. Lancio le braccia avanti, cerco un appiglio, l’acqua è leggera, la sposto senza fatica.

Sento la muta che stringe intorno alle spalle, al collo, le mani sono veloci in aria, più veloci in acqua. Le gambe assecondano il movimento, sbattono a ritmo del cuore. Non riesco a mettere la testa sotto, sento il terrore che sale, non posso fermarlo, vado avanti, il respiro si accorcia ancora di più, è sempre più veloce, mi sento morire. Qualcosa mi tocca il piede, urlo, bevo, mando giù, tossisco, nuoto fino a riva, esco dall’acqua con le mani, tossisco più forte, mi viene da vomitare.

Resto a terra, mi giro verso il mare, nulla. Solo grigio, non si vede niente. Mi alzo in piedi, faccio una corsetta avanti a indietro, tengo gli occhi sull’acqua, mi aspetto che qualcosa salti fuori da lì, da un momento all’altro, per farmi male. Respiro, medito, mi calmo, respiro, respiro, di nuovo, mi giro, corro in acqua, mi tuffo, nuoto.

Dopo poche bracciate giro a sinistra, le onde sono alte, non riesco a coordinare la respirazione. Mi concentro, cerco di rimanere calma, sto in quello che succede al mio corpo. Lascio che l’acqua mi prenda, mi scivoli sopra, mi carezzi, la percepisco attraverso la muta, metto la testa sotto.

Braccia, gambe, bocca. Non penso ad altro, sento le alghe, mi convinco che sono solo alghe, nulla può ferirmi, sono forte, posso farcela. Il respiro si allunga, le bracciate aumentano, trovo l’efficienza. Massimo risultato col minimo sforzo.

Guardo sotto, tengo gli occhi aperti, immagino cose brutte, le allontano, tornano, la scaccio di nuovo. Nuoto, ancora, mi faccio sottile, precisa, respiro quando posso, l’ansia sale. Non ci riesco, devo fermarmi.

Disprezzo questa condizione di tradimento, mi fidavo del mio modo di nuotare, credevo nella mia capacità di ottenere quello che desidero, la totale mancanza di confidenza con l’acqua mi disturba, mi delude.

Esco correndo, arrivo ai cespugli, il fiato mi muore il gola, mi giro, corro in acqua, ancora pochi minuti. Mi tuffo, testa sotto, mi affido alla paura, l’affronto, con umiltà e rispetto. Un passo alla volta, una bracciata alla volta, un sorriso che aspetto, arriverà.

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