Settimana di carico. Lunedì lago con Rob, martedì qualità, spinte forza resistenza sulla spin bike, mercoledì virus. Resto a letto tra nausea, vomito, diarrea, tre giorni.

Il mio corpo rifiuta l’acqua, il cibo, il sole. Gli occhi restano chiusi, si svuotano. Le labbra si spaccano in tagli fastidiosi. La prima notte è un’agonia. All’alba viene il dottore, mi usa come punta spilli, però sorride e mi dice che tutti i valori sono nella norma. Mi scuso, mi alzo, vomito, rientro. Diceva? No, dicevo che va tutto bene. Ecco, pensi se andava tutto male. Mi metto a letto, mi addormento, finalmente.

Due giorni vanno via così. Perdo gli allenamenti, il lavoro, la quotidianità. Mi addormento così tante volte nell’arco della giornata che mi sembrano passate tre settimane.

Sabato mi alzo, mi sento meglio, mangio, bevo il succo di due limoni. Oggi voglio andare a correre. Vado in bagno, mi lavo, mi cambio, mi arriva il ciclo. E va beh, nient’altro? Recupero le mie cose e vado a casa.

Fa caldo, l’aria è immobile, sembra di stare in acqua. Io fatico a stare in piedi, respiro a bocca aperta. Respiri lunghi. Arrivo a casa, mangio, carne. La pancia si gonfia, mi sale un po’ di nausea, prendo il plasil. Non vado a correre. A cena è lo stesso film. Carne, verdura, riso bianco.

Mi sveglio alle 7.00, alle 7.30 sono in strada, sento che non sto bene ma voglio provare lo stesso. Tiro i muscoli, guardo i cani che giocano nel prato, nessuna macchina. Sono tesa, butto fuori l’aria un paio di volte. Basta, andiamo. Avvio il garmin, comincio a correre. Voglio fare una decina di chilometri, corsa-camminata, con calma ed intelligenza.

Davanti ho il bar, mi giro a sinistra, non c’è nessuno, mi sposto sulla strada. Mi sembra di correre da un’ora, i piedi sono pesanti, battono colpi sordi sull’asfalto, l’aria entra a fatica a riempire i polmoni, le spalle s’irrigidiscono, non trovo fluidità nei movimenti, nel ritmo, nella testa. Sento il sangue che scende dalle orecchie, la vista si annebbia, mi fermo subito.

Mi siedo un momento, la testa si riempie di pensieri. In ogni situazione c’è qualcosa di positivo, potrei dire che almeno ci ho provato fino in fondo, che mancano otto giorni alla gara, quindi ho tempo per recuperare, che non sono svenuta in mezzo alle fratte, nessun cane mi ha fatto pipì addosso, non mi sono fatta male e tutto sommato sono a trecento metri da casa. Mi rode.

Torno a casa, cammino piano, entro, bevo poca acqua fresca, mi sciacquo il viso, dietro il collo. Anche oggi devo stare ferma.

Lunedì. Sveglia presto, traffico, thè verde. Entro negli spogliatoi, mi cambio, la mattina è dura. Ho perso tre chili e mezzo durante la malattia, ne ho recuperato solo mezzo, il mio corpo continua a rifiutare e non tenere nulla. Non ho energie, ma non punto al podio, non ho un limite di orario ne un obiettivo di tempo, quindi mi basta dare il cento per cento di quello che posso il quel preciso momento e godermi la gara.

Salgo in piscina, prendo dalla sacca quello che mi serve, mi siedo sul bordo, accendo mi garmin, guardo l’orologio, gli altri che nuotano, il cielo, l’acqua. Sarò lenta, sarà difficile. Il respiro si accorcia, le mani rimangono ancorate a terra, ora mi butto, ancora due minuti, fino a quando non sono in acqua e il tempo non sarà partito tutto è possibile.

Nuoto, mi allungo, lancio le braccia, ammorbidisco i piedi, sento che la schiena accorda i movimenti al ritmo consapevole. L’acqua sembra più pesante. Chiudo il riscaldamento di 200 metri con 13 secondi in più sul mio tempo, sono dispiaciuta, non lo nego, ma va bene così. Continuo, chiudo l’allenamento, esco dall’acqua. Ora doccia e stasera si corre sotto la pioggia. Io vado avanti, non mi fermo, mi rialzo, con umiltà, passione e determinazione. Pescara, sei giorni, sorrido.

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