L’aria è calda, il cielo coperto. Ho voglia di correre. Magari prima faccio Core stability. Lavoro seduta sul divano, la tv è accesa, Simone è vicino a me. Lavora. Guardo fuori, le nuvole sono scure, ma c’è luce. Aspetto che si aprano, se esce il sole andiamo a correre.

Colazione, pranzo. Sono le quattro, piove. Diluvia. Simone guarda fuori, non si muove, mi guarda. Va bene, vado da sola. Mi dice che non ha voglia di prendere la pioggia, lo capisco. Continuo a lavorare un po’. Ogni trenta secondi butto un occhio verso la finestra, dopo venti minuti smette di piovere. Non dico nulla. Sorrido. Lui capisce, sorride. Alle sei andiamo a correre, ok? Fa si con la testa. Sono felice che voglia venire con me.

L’ultima volta che siamo andati a correre insieme gli ho inveito contro tutto l’ultimo chilometro. Lui non aveva fatto nulla, nulla di grave. Eravamo in salita, era sera tardi, io a pezzi, spilli nelle ginocchia, polmoni in fiamme, lui fresco. Manca un chilometro, si gira, dice “Dai è finita”. Esplodo, tipo petardi in bagno, mentre fai la doccia.. Non è finita, manca un chilometro, è quasi finita, quasi, quasi. Sono una bestia. Lui ci rimane male, ha ragione. Divento una brutta persona sotto sofferenza. Non ho giustificazioni.

Guardo fuori, le nuvole si sono diradate. Ci cambiamo, stendiamo i tappetini a terra. La tv rimane accesa. Core stability. Mani piantate a terra, puntiamo i piedi, tre due uno, alziamo le ginocchia. Il corpo forma una tavola, dalle spalle ai talloni. Teniamo un minuto. Ripetiamo tre volte, contiamo una ripetuta per uno. È dura, Simo è fermo da settimane, io sono solo una pippa. Continuiamo. Stessa posizione, alterniamo le gambe. Su la destra, poi la sinistra, poi la destra, e di nuovo la sinistra. Cos’era quel rumore? La mia anca. Ventisei anni e non sentirli. Simo mi guarda e ride, così io.

Pronti, usciamo. Accendo il Garmin, camminiamo, intanto prende i satelliti. Ci mette più tempo del solito. Mi stringo le scarpe, Simo si riscalda. Suona. Premo Start.

Ridiamo, parliamo. Corriamo vicini, lui è più forte. Tiene il mio ritmo meno trenta secondi al chilometro. Mi tira il collo, mi sprona, mi tira avanti, mi fa bene. Sono innamorata.

Corriamo, respiriamo insieme. Giriamo a destra, seguiamo la strada, il Garmin suona, un chilometro. Passiamo l’ingresso della villa, oggi facciamo strada. Andiamo avanti, cambiamo idea. Al prossimo cancello entriamo. Salita in pavè, breve, ripida. Resto attaccata a Simo. Il cuore mi sale immediatamente in gola, rallento un pochino. Arriviamo allo sterrato, Simo mi aspetta saltellando.

Ricomincia a correre con me. Andiamo avanti così. Gli dico Ti amo in continuazione, lui ride. Gli dico che, nel caso dovessi morire, visto che ho 178 battiti al minuto, vorrei fossero le mie ultime parole. Si diverte. Va un po’ avanti, io provo a stare dietro.

Mi concentro sui suoi talloni, alzo le braccia, tiro su le ginocchia. Attacco la salita così. Guardo a terra, respiro, l’aria non entra bene. Scolliniamo. Rimango dietro, Simo gira, mi riprende. Sta vicino a me, non dice nulla. Devo averlo traumatizzato l’ultima volta. Cerco di non cadere nel corpo, spingo avanti con le caviglie, tengo alta la testa. Torniamo indietro.

Il ritorno è più semplice. È un fatto di testa, so che sto tornando, so che la metà è superata, so che il traguardo è sempre più vicino.

Non mollo, sono dietro a Simo. Comincia a piovere. La temperatura del corpo si abbassa, i battiti rallentano, il respiro si normalizza. A me piace, a lui no. Acceleriamo, resto dietro. Ogni tanto si gira mi fa ok con i pollici su. Io ricambio, più o meno. Sto tirando al massimo, non riesco neanche a pensare.

Usciamo da villa Pamphili. Corriamo vicini, veloci. Manca un chilometro. Un semaforo diventa giallo, accelero, scatto. Penso che se diventa rosso, non finisco l’ironman. Passo col giallo, sorrido. Continuo a spingere. Arriviamo a casa, premo stop.

Un giorno in più, un mattone in più. Mi sento bene. Sei mesi a Barcellona. Avanti così.

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