È tardi, non importa, è domenica. Avevo voglia di godermi il letto un altro pochino.

La borraccia è piena, prendo un paio di gel e una barretta. Sono le 9.00. Accendo il garmin, aspetto che prenda i satelliti. L’aria è fredda, finalmente. Il body, una seconda pelle, devo dimagrire. Mi guardo intorno, inspiro, satelliti presi, aggancio il pedale, spingo.

Non sento la catena, le gambe sono due pezzi di legno. Dure, pesanti, fanno male. Questo è l’ultimo giorno di una settimana di carico, non potevo aspettarmi una reazione diversa dal mio corpo. Il risultato di un lavoro costante e ben fatto.

Sono contenta, mi godo la stanchezza, ci sudo dentro, do il 105%, non mi fermo, sorrido, bevo, guardo gli alberi, la luce li fa argento, respiro, butto fuori, pedalo, ancora, più veloce. Lascio che le gambe girino, non forzo nessun movimento.

L’aria entra nei polmoni, fredda, un brivido lungo la schiena nuda, bevo.

La ciclabile sembra via del corso a Natale, sul manubrio sembra di ballare la Macarena. Barre, freni, barre, freni, barre, mano destra, sinistra, ancora la destra, avanti, indietro, più veloce. Impegnativo. Sulle barre non ci sono i freni, evitare la signora in graziella, i podista stanco, il ragazzino incapace, il ciclista distratto, la tipa che pattina, è un’impresa.

Labaro, Prima Porta, Tiberina. Mi fermo, devo assolutamente andare in bagno. Mega bar, enorme. Entro, mi metto in fila, ballo sulle gambe, cerco di non tenerle ferme. Lui sorride, è molto carino, mi lascia fare quello che mi serve. Esco. Ho perso solo tre minuti.

Strada, bici, respiro.

Penso alla gara. Ogni allenamento è per me, io in quel giorno. Un anno e mezzo di preparazione. Ogni giorno organizzarsi, preoccuparsi, occuparsi, cercare di fare meglio, non curarsi delle crisi, affrontarle, ammalarsi, guarire, ricominciare, cadere ancora, sorridere, piangere, non pensare, pensare troppo, avere tanta paura, sentirsi importanti per qualcuno, per se stessi, migliorare.

Clacson. I camion mi passano a due centimetri, la strada è solo loro. Vorrei essere più forte, raggiungerli, tirarli giù da quei bestioni e chiarire la questione. Non sono in grado, i miei superpoteri non prevedono una forza sovrumana, purtroppo. Altro clacson, altro camion. Il respiro mi si blocca in gola. Magari sono una fifona, ma questa cosa mi terrorizza. I bordi delle strade sono tutti rotti, pieni di buche e radici, la macchine passano veloci, vicine, troppo, ti costringono a tenere la bici che sbanda da una parte all’altra. Non mi piace.

Indurisco, prima passo Fiano Romano, prima finisce questo casino. Riano, rotonda. Proseguo, Capena, ho sete. Vado avanti, corro, mi piego sulle barre, accelero. Fiano. Pedalo da un’ora e mezzo, devo arrivare a tre e poi torno indietro. Tra poco pioverà, si sta alzando il vento, l’aria è fredda e umida.

Discesa, breve, piattone, salita. Cinque chilometri. Polizia ai lati della strada, segnali gialli. C’è una granfondo. Non capisco dove passano, non so se sono in senso contrario, se i primi sono già passati. Due moto mi vengono incontro. Giudice di gara e scorta tecnica.

Attenzione signorì!

Ecco perfetto, stanno arrivando adesso, in discesa, a settanta all’ora. Mi metto a destra, afferro il manubrio della bici con tutta la forza che riesco a mettere nelle mani, respiro veloce, il cuore mi schizza il gola. Eccoli. Uno, due, tre, un gruppo più folto. Non mi guardano, prendono le curve strette per aumentare la velocità. Io mi sarei spalmata a terra al primo tornante. Pedalo con calma e li guardo. Sono bellissimi. I movimenti precisi, le menti pulite, non pensano a nulla. In discesa sono animali, bestie, puro istinto.

Salgo, agile. Non avevo mai fatto questa salita, mi piace, è facile, bella, veloce. Altri ciclisti.

Daje! Brava! Amore mio!

Amore mio? Ognuno ha detto la sua, sorrido a tutti, faccio cenni con le mani. La salita finisce, proseguo. Ciclisti ovunque, da destra, da sinistra, fermi in piazza, mangiano, bevono, scherzano. Non mi fermo. Incrocio Ale Proni.

Ehi!

Oh!

Ciao!

È in gara, non può fermarsi, giro la bici io, provo a recuperarlo. Un ex pro, in discesa e io dietro. Non so cosa mi abbia detto il cervello. Speravo si fermasse in piazza ma mi sbagliavo. Mi fermo, mangio la barretta. Guardo gruppi che passano. Riparto. Ancora un’ora.

Guardo i segnali stradali, non so dove andare. Decido. Cantalupo. Non so neanche quanto sia lontano. Pedalo, pedalo, spingo, è dura. Altra salita, cinque chilometri. Discesa, altra salita, lunga questa, non finisce. Bar, ho la borraccia vuota. Mi fermo, il bar è un supermercato. Piuttosto che lasciare la bici fuori mi faccio tutto il ritorno a secco.

Giro la bici. Discesa. Piove, gocce leggere, fine, tempo dieci minuti e sono fradicia. Salita, scollino. Un piccolo borgo, cerco un bar, lo trovo. Entro.

Salve! Potrei avere un ginseng? Magari riempire la borraccia! Vorrei anche usare il bagno se possibile!

Ma certo, è proprio li signora.

Mi si ghiaccia il sangue. Signora? Sono fradicia, in tutina, sembro un pulcino e questa tipa, che avrà il doppio dei miei anni, mi dice signora?

Come scusi?

È dietro di lei.

La ringrazio.

Bevo il ginseng, vado in bagno. Esco, aggancio, riparto. Mi godo la discesa sotto l’acqua. Non vedo più nessun ciclista, saranno tutti arrivati oramai. Non mi fermo più adesso, dritta a casa. Non piove più, è rimasta solo tanta umidità. Fiano, Capena, Riano. Ci siamo quasi. La ciclabile è vuota, mi piego sulla bici, tengo i 32 orari. Ponte Milvio. Devo rallentare, c’è molto traffico, lo stadio è occupato da centinaia di persone, la strada da molte macchine. Destra, sinistra, mollo le barre, freno, accelero, freno di nuovo, semafori. Tutti rossi. San pietrini. Arrivo, stop.

5h40′ 135km con 1100 di dislivello. Sono felice. Va bene così, molto bene. Tre settimane ancora. Aspetto, pronta.

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Giulia Santilli

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