Domenica mattina la sveglia è suonata alle 6.00. Occhi aperti già da qualche minuto, Vittoria nel letto accanto al mio si è girata dall’altra parte.

Mi alzo, mi lavo, mi vesto, mi preparo, faccio colazione. Parlo poco, parlo piano. Sono concentrata, spaventata, felice. Papà e mamma erano sorridenti ma preoccupati, emozione palpabile, reale, plausibile.

Quando sono entrata in zona cambio era appena l’alba, mentre tolgo il telo dalla bici, sento le ruote, provo i freni, ho visto il rosso accecante del sole che si faceva largo tra le nuvole. Niente è impossibile. Una ragazza mi presta la pompa, un ragazzo mi aiuta a gonfiare le ruote. Sorrisi, abbracci, pacche e carezze. Sono innamorata dello sport.

Eravamo come bambini, li, tutti insieme, tutti per tutti, ognuno col proprio sogno, il proprio corpo, la propria forza e volontà, la propria vita, ma con un obiettivo comune: arrivare in fondo.

Sto cercando di fare ordine in testa, vorrei lasciar uscire i pensieri come vengono, emozioni a briglia sciolta, ma ho in mente dei momenti sparsi, salterei da uno all’altro senza apparente logica, probabilmente senza logica alcuna. Sono così felice.

Ho lasciato la bici, controllato le sacche in zona cambio per la transizione, ho cercato per un po’ la mia famiglia. Non vedevo nessuno di loro, era tardi, così ho perso la possibilità di provare il mare prima della gara. Non nuotavo in acque libere da qualche settimana, era importante.

Chiamo papà col cellulare di una signora irlandese, lo trovo, metto la muta, gli lascio giacca e ciabatte, mi metto in fila alla partenza, vedo mamma e vittoria, ci abbracciamo, mamma piange, piango anch’io.

Mi hanno spinto avanti, ho cercato il cartello 1h20′ per lo start. Piergiorgio e Lorenzo erano già li, li vedo, mi emoziono. Ci siamo abbracciati tutti e tre, la tensione era forte. Pigi mi stringe tra le braccia, dice la nostra frase “Ci vediamo in fondo!”. Sorrido, lui pure. Siamo pronti. Mi sfrego le mani, ballo sui piedi, passo il peso da uno all’altro, le lacrime escono come torrenti dagli occhi, non riesco a fermarle, non voglio farlo. Una ragazza si è avvicinata, mi ha abbracciato, rassicurato. Io ho paura di non riuscire a stare entro il tempo limite di 15h30′. Lei mi ha stretto forte le mani, le ho detto che sono piena di felicità e non riesco a contenerla tutta. Lo sa, lo capisce.

8.30 partono i Pro, 8.45 partiamo noi. La fila scorre, da dietro ci spingono verso il mare. Il garmin ha preso i satelliti, ci siamo, eccomi, sabbia bagnata, onde, mute, cuffie, occhialetti, braccia, uomini, donne, sospiri. Via!

Credevo di poter tenere il gruppo, sono entrata in acqua correndo, il mare era molto scuro, non si vedeva nulla. Respiro ogni due bracciate, il cuore in gola, il fiato corto, tengo gli occhi aperti, mi faccio spazio tra il neoprene. Nuoto, spingo, mi sciolgo. Arrivata a 500 metri allungo le braccia, muovo le dita, lascio che le gambe assecondino il corpo, il movimento, un flusso unico di energia, la bocca cerca l’aria ogni tre bracciate. Avevo trovato il mio ritmo. Ogni botta, spinta, onda, non mi distraeva. Concentrazione, pensieri puliti, mente sgombra. I miei nonni con me, fino in fondo. 1000, 1500, 2000. Ero appena a metà, poco oltre, mi sembrava d’aver finito.

Sorrido, sputo, accelero. Fisso davanti a me dei benchmark, li recupero tutti. Sfrutto le scie dov’è possibile, allargo le braccia se mi stringono. Mancano pochi metri, ultimo giro di boa. Nuotiamo verso la riva, le onde sono dolci ma ampie. Arriviamo a riva che guardiamo le persone dall’alto. Il mare mi scaraventa sulla spiaggia, un braccio mi afferra e mi tira su all’asciutto. Prendo la mano di un ragazzo in difficoltà, lo porto con me sulla sabbia. Guardo il garmin 1h19′, non capisco come sia possibile.

Ero convinta mi avessero superato in molti, credevo fossero passati almeno 20 minuti in più.

Corro in zona cambio, Annie mi grida un “Vai Giulia”, le sorrido, transizione veloce. Via la muta, gli occhialetti, la cuffia. Bevo amminoacidi, butto giù un gel. Tacchette, casco, occhiali, pettorale. Corro verso la bici, mamma e Vittoria sono li. Mi urlano, io saluto, mi sbraccio, non mi fermo. Afferro la bici, guardo dove vanno gli altri.

Al briefing di sabato non ho capito nulla, io e papà siamo arrivati tardi, ci siamo dovuti sedere fuori e i percorsi sono rimasti un mistero. Sorpresa!

Monto in bici e pedalo. 180 chilometri. Alla prima curva vedo papà, menomale, non vederlo prima in zona cambio mi aveva bloccato.

A quel punto ero pronta. Dovevo fare due giri e mezzo. Calella, Montgat. I primi 15 chilometri, da ripetere sei volte, erano un mangia e bevi, salite e discese brevi ma impegnative. Non potevo mollare mai, non volevo.

I chilometri scorrono, il garmin suona ogni cinque. Ho promesso ad un mio amico che non l’avrei mai guardato, ma è più forte di me, poi fa bip, è praticamente impossibile che non ci cada l’occhio. Il vento è salito al secondo giro, così mi sono spalmata sulle barre. Avanti, indietro. Il mare è mosso, bianco, il sale riempie l’aria. Non fa caldo, il sole è coperto. Bevo ogni cinque chilometri, mangio una barretta ogni ora, odio mangiare, l’ultima l’ho finita in otto minuti. 87km in tre ore, posso farcela. Una ragazza mi grida “you can do it!”, io rispondo “lo penso anch’io!”. Il collo brucia, guardo in basso, lo stiro un po’. Ad ogni passaggio vedevo la mia famiglia, urlavano, sorridevano, facevano foto. La mia support crew speciale, la mia carica. Non c’è barretta, gel o integratore che possa dare una spinta paragonabile all’amore della famiglia.

Al ristoro dei 100 km mi fermo, prendo una borraccia di sali, riempio l’altra d’acqua, 22″, riparto. Ultimo giro, 35km, tutto sali e scendi. Il ginocchio mi fa male, il collo è a pezzi, un piede è mangiato dai crampi. Bene.

I miei nonni mi spingono, passo la mia famiglia, urlo, rientro in paese, lascio la bici. 6h29′, mi sembra impossibile.

Il cambio è durato più dell’altro, volevo allacciare bene le scarpe. Niente dolori, niente stop. Sono le 17.00, comincio la maratona, 42 chilometri e 200 metri. Marcio.

Ero preparata a correre 5 minuti e camminare 5 minuti, ma il ginocchio mi faceva molto male, non potevo essere costretta a fermarmi, mollare, io non getto la spugna, non dopo 3.8km di nuoto e 180km in bici. Marcio, tengo i 7’/km, ogni chilometro il garmin suona. I primi 14 filano lisci, tengo il ritmo, 15 chilometri, una ragazza sul percorso, è Rambo, la conosco, era qui lo scorso anno, ci siamo scritte molte volte.

Tu sei Rambo?

Si.

Giulia Santilli!

Vai, grande!

Che bello vederla, anche se di corsa. Chiudo il secondo giro. Comincio il terzo. 21km, ho sonno, papà è vicino a me, non mi lascia, scatta foto, mi confessa che non riesce a tenere il mio passo, deve necessariamente correre. Mi aggiorna sui messaggi degli amici, la nostra squadra. Mi dice che se tengo questo ritmo chiudo poco sopra le 14 ore. Sorrido, è un sogno. Prova a mettersi davanti a me, lo supero.

Come fai?

Sono tua figlia.

No Amore, hai fatto tutto da sola.

Non mi fermo a nessun ristoro, prendo l’acqua e la coca cola al volo, due sorsi, doccia, lancio la bottiglietta nel cestino, canestro, due su tre. Potrei riprovare col basket, se non avessi problemi con gli sport di squadra. Finiamo il terzo giro, dico a papà che il quarto ho bisogno di correrlo da sola. Lui capisce, è preoccupato, so che non vorrebbe lasciarmi andare, potesse farebbe questi ultimi dieci chilometri al posto mio, ma mi ama e sa che deve andare così. Mi saluta con un bacio, tre gel da prendere ogni mezz’ora e gli occhi lucidi. Passo per l’ultima volta davanti a mamma e Vittoria “Arrivo!”, ridono.

Ascolto le persone che mi chiamano per nome, applaudono, mi incitano “good job”, “you are doing great”, “come on”. La voglia monta, accelero. È straordinario. Sembrano moltiplicarsi, sono tutti così felici. Mi salgono le lacrime, sento la voce dello speaker che urla You Are An Ironman, un altro ha finito, un altro ancora, e ancora. Tra poco tocca a me.

Un passo dopo l’altro. Il percorso è buio, non un lampione, il mare nero mi chiama, voglio fare il bagno. Tutti col cappotto ed io ho caldo. Vedo Giacomo, ci incrociamo.

Rimango dietro a lui, duecento metri, più o meno. Ultimo passaggio sul tappeto, ultimo bip del chip, ultimi cinque chilometri. Vado avanti, manca pochissimo. Gel, acqua.

Il garmin suona, lo guardo, 39 chilometri. Basta, devo fermarmi, non ce la faccio più, ancora tre chilometri, ho sonno, sono stanca. Finiscila, cammina, muoviti, corri, andiamo, tanto devi arrivare li comunque, non vorrai mollare proprio adesso. Penso a tutti i miei amici, le persone che mi sono state accanto in questi lunghi mesi, un anno e mezzo. Mi scorrono davanti come figurine, ogni passo un volto. Guardo il garmin, faccio l’ennesimo calcolo di tutti i tempi. Ce la faccio, posso andare sotto le 14 ore. Accelero, stringo i denti, il sedere, indurisco le gambe. Mi concentro.

Buio, notte, dolore. Ci siamo. Recupero Giacomo, l’ultimo chilometro è nostro. Daje spingi, siamo quasi arrivati. Avanziamo insieme, ci lasciamo dietro questi metri. Lui corre, mi precede, imbocca la passerella.

Aspettami in fondo!

Giro, sinistra, passerella a destra, discesa, corro, lascio andare le gambe. Entro tra gli spalti, luce, è pieno di persone che urlano il mio nome, spalanco gli occhi, il respiro si blocca, lo speaker mi porge la mano, Ciao Giulia, Ciao, gli batto il cinque, ultimi dieci metri, vedo mamma papà e Vittoria, cinque metri, quattro, Giulia You Are An Ironman, attraverso il traguardo. Ce l’ho fatta.

Piango, lacrime, sudore, il dolore non esiste più, i limiti non esistono, niente è impossibile. Sono un ironman. 13 ore e 52 minuti. Abbraccio Giacomo, Matteo, Pigi, Marco, Lorenzo. Entro al pasta party, prendo la maglia finisher, ho promesso a Danilo che ci saremmo abbracciati con quella addosso. Danilo, il mio allenatore, sono cresciuta tra le sue mani e oggi ho volato, per me e per lui. Esco, stringo la mia famiglia, le persone più importanti della mia vita. Sono incredula, felice, non posso crederci. Io, un ironman. Devo telefonare.

Sono cambiata, mi sento migliore di quanto fossi, più consapevole del mio valore, di chi sono e voglio essere. L’emozione mi tiene il sorriso sulla bocca mentre recupero la bici e le sacche. Ho condiviso questa esperienza con chi mi ama, come io volevo che fosse. Quella sera io sono nata una seconda volta. Grazie a chi ha avuto il coraggio, la forza, la passione, l’amore di starmi accanto. Questo, per me, sarà per sempre

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