Mi sveglio presto, esco di casa presto, arrivo al lago presto. Non c’era traffico, avevo voglia di arrivare. Trovo lo stabilimento, poi il parcheggio, mi fermo. Sono le 9.09, fa caldo. Prendo la borsa, la muta e scendo giù. Il gestore non è arrivato, c’è solo zia Titti, la barista. Mi sorride, fuma seduta sul muretto. Ha gli occhi dolci, mi dice che fra poco arrivano e aprono.

Io comincio ad avere fame, la nausea è passata, finalmente, non dovevo mangiare la pizza ieri sera. Rob arriverà tra venti minuti, guardo l’acqua, non ho fretta di entrare, gli dico di non correre. Aprono, entriamo tutti insieme.

Poso la muta sullo sgabello, lo zaino a terra, la borsa è piccola, non mi da fastidio. Lascio che zia Titti sistemi tutto, chiacchieriamo. Mi chiede cosa voglio, se ho tutta la mattina libera, mi dice che anche lei ha paura dell’acqua del lago. Bisogna essere abituati, dice. Da quanto tempo si deve nuotare in un lago per potersi considerare abituati? Lo penso soltanto, non lo dico ad alta voce, mi limito ad annuire, aprire la bocca, sbiascicare un Già.

Sono le nove e un quarto del mattino, ho bevuto solo un caffè, non credo si possa pretendere troppo da me.

Arrivano altri clienti, chiedono i lettini, caffè, di alzare la musica. Tunz tunz riempie l’aria, mi piace, rido. Vado alla cassa, pago, il gestore mi regala un lettino. Scendo sul pontile, mi fermo davanti all’acqua. Aspetto.

Rob arriva, mi abbraccia, sorride. Sei tesa? No dai, stai tranquilla. Beviamo un caffè insieme. Lui conosce tutti, viene qui spesso, è a suo agio, io mi calmo, un po’.

Lasciamo la roba sul lettino, lui mi guarda e sorride. Mi viene da ridere. Infiliamo la muta, ci metto una vita, è così stretta, però sembra che debba essere così.

Entriamo in acqua, è fredda. Sospiri. Rob mi indica le boe, mi dice che c’è una corda che le lega tutte, basta seguirla e non farsi prendere dall’ansia. C’è logica in questo ragionamento, ma il panico segue altre regole.

Nuotiamo, il respiro si accorcia, mi sforzo di tenere la testa sott’acqua. Tutto è verde, senza fine, vuoto. Non esiste nulla qui sotto, non riesco a pensare. Arriviamo alla boa, ci fermiamo, respiro. Semi apnea per cento metri, ho paura, non ho il controllo su ciò che mi circonda, su di me. Guardo Rob, mi carico della sua serenità.

Arriviamo alla prima boa rossa sulla sinistra, lenti, rilassati, in riscaldamento, poi partiamo per i 2000 metri. Non ti devi fermare!

Va bene, non mi fermo.

Alla boa rossa mi sento meglio, resetto il garmin. Rob mi assicura che non mi lascia da sola, mi dice che ogni tanto mi disturberà un po’, che non devo fermarmi. Partiamo.

Lascio il corpo morbido, galleggiare. Allungo il braccio, la mano entra in acqua, la sente, l’afferra, la tiene, quando questa si fa solida, via, la spinge verso i piedi. La testa si gira, a destra, poi a sinistra. Il torace si allarga, cerca il suo spazio dentro la muta stretta, lo trova, lo amplia. Cerco una comodità, allento le tensioni, mi faccio acqua dentro l’acqua. L’aria entra nei polmoni, gli occhi cercano la corda nel verde. Rob è accanto a me, respiro verso di lui, lo cerco, lo trovo.

Mi passa sopra, mi butta a fondo nello scuro, mi blocca le braccia. Vado avanti, tengo fisso l’obiettivo, rallento un po’. Mi blocca, torniamo indietro.

Brava! Mi dice di guardare avanti più spesso, di non affidarmi alla corda. Nuoto, sento, respiro.

Te la senti di accelerare gli ultimi 500 metri?

Certo!

Aumento la frequenza di bracciate, incremento la potenza della spinta. 500 metri, mi gestisco. Respiro quando ne ho bisogno, quando è possibile, spingo, accelero ancora. Rob mi ferma.

Mi dice che sono andata alla grande, che ce l’ho fatta, che si aspettava molto peggio, non certo 1’50” medio con 1’38” sugli ultimi 500 metri. Sono incredula, non dico nulla. Mi chiede come sto, come mi sento. Guardo lui, poi le boe, lo stabilimento. Sorrido, la paura non c’è più. Ora doccia, sole, parole, serenità, caffè. E poi via. Grande! Grande tu!

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