Maratona di Roma, 22 marzo.

Sento Jessica, lei la corre, io non posso. La prendo al 34esimo, sto con lei fino a dove riesco, sarò il suo ristoro mentale.

7.45 davanti al Colosseo. Perfetto. Preparo la tuta per correre, occhiali, elastico, scarpe. Prendo quelle vecchie, il muletto. Le nuove me le godo in allenamento lunedì. Io e loro, da sole. La nostra prima volta.

Vado a dormire, mi sveglio. Sono le 6.00, mi vesto. Diluvia, è buio. Salgo in macchina, non c’è nessuno. Parcheggio dietro al Colosseo. Sono le 7.20. Prendo l’ombrello, ho almeno tre ore dalla partenza per essere al 34, sono tranquilla.

Cammino veloce fino al Via. Transenne, volontari, runner. Ancora pochi. Fa freddo, piove. Mi metto in un angolo, aspetto.

Osservo i volti. Concentrati, emozionati. Mi viene da piangere, sorrido. Ho voglia di mettere su un pettorale e correre con tutti loro. Incitarci a vicenda. È difficile stare dietro le quinte, vedere il tuo sogno che ti scivola davanti, aspettare che passi il prossimo treno, la prossima occasione, la prossima. Cavolo, che voglia.

Chiamo Jess, non risponde. Mi arrampico sul muretto davanti all’ingresso in griglia, la vedrò passare. Alle 8.15 mi chiama, rispondo. Dove sei? Boh! Ah, molto bene! Ridiamo. Ho un ombrello bianco con dei gatti neri, sono sul muretto, ti aspetto.

Vedo Frankie, Nico, Marco che entrano, gli urlo non mi sentono. Li saluto dopo.

Una mano mi carezza la gamba, mi giro di scatto, la vedo, sorrido, mi piego, la stringo più forte che posso. Ha le lacrime agli occhi, è bellissima. Sembra una bambola. Le do un bacio, la seguo con lo sguardo fino a che non la perdo nella massa. Divertiti!

Le persone si sono moltiplicate. Scappo alla macchina, torno a casa, sto morendo di freddo. Mi fermo a prendere i cornetti, entro a casa, sveglio Simo. Alle 11.55 devo essere sul lungotevere delle Armi, al 34. Bevo un thè bollente, mangio il cornetto. Controllo la piantina della maratona, voglio essere sicura di non sbagliare. Mi studio il percorso dal 34 al traguardo.

Mi cambio, pantaloni lunghi, maglia lunga, giacca, guscio impermeabile. Prendo la bici, il mio cancello, una Trek dell’84. Era di papà, è lunga, pesante.

Corro a tutta, spingo forte sui pedali, le ginocchia mi danno fastidio. Vorrei correre, ma è più facile seguirla in bici, così so di esserci, per lei.

Prendo il lungotevere. Una ragazza al 14esimo cammina, non le dico nulla, vado avanti. La strada è piena di bottigliette, scorze d’arancia, bustine. Cerco di non scivolare, ci riesco, menomale. Arrivo al 34 alle 11.30, mi fermo, guardo, sorrido, batto le mani a chi mi passa davanti.

Un ragazzo si ferma, si siede davanti a me, si tira un piede. Hai bisogno? No no, tranquilla. Mi piego su di lui, gli sciolgo il crampo. Dai mancano otto chilometri, non mollare ora, chiaro? Sorride, mi lancia un bacio, corre. Un paio di lacrime scendono veloci sulle guance, le asciugo.

Arriva Jess, corre vicino a Marco, mi sorride, parla, è felice. Le pedalo vicino. Speravo di trovarti peggio, così mi sento inutile,sembra che corri da due chilometri! Ride. Le rimango accanto per cinquecento metri, loro scendono giù, io non posso. Le dico che ci vediamo tra poco. Mi urla un Grazie. Scatto avanti, faccio il giro dei ponti sul Tevere, arrivo sopra di loro, prendo il telefono in fretta. Eccola che passa, piccola, precisa, determinata. Le faccio una foto, urlo un Daje. Ora devo andare a piazza del Popolo.

Passo tra le macchine, metto il piede a terra spesso. Arrivo a Popolo, mi fermo, aspetto, cellulare in mano. Non passa, mi preoccupo. Mi chiamano, mi giro, nessuno. Sento le voci. Eccola, è troppo veloce, non riesco a fotografarla. Faccio il giro della piazza, ma lei ha già imboccato via del Babuino.

Torno indietro, corro più forte possibile. Via di Ripetta, piazza Augusto Imperatore, via Tomacelli. Fermo un poliziotto, gli chiedo come faccio ad arrivare al Colosseo. Lui mi dice che c’è la Maratona. Come chiedere Che ore sono e sentirsi rispondere Succo d’arancia. Gli dico che lo so bene, ma devo essere al Colosseo prima di un mia amica che sta correndo. Mi dice che potevo correre con lei se volevo arrivare prima. Sorrido, ma mi sto innervosendo. Lascio perdere, ringrazio, vado.

Largo Carlo Goldoni, faccio un po’ di marciapiede. Le gambe bruciano tantissimo. È impossibile passare, giro a destra, m’infilo nelle stradine. Le mie stradine. Da brava romana non ho idea di dove sono. Proseguo tenendo il Colosseo davanti in linea d’aria. Corro, spingo, sudo. Ho paura che sia già arrivata, non voglio perdermela. Ogni curva un sospiro. Metto il piede a terra, un perno, uso l’acqua sui sampietrini per girare velocemente la bici. Mi sta andando bene, alla prossima mi stampo su un muro. È divertente però. Rido come una bambina. Appena ho un po’ di soldi mi compro una mtb.

Sbuco su Corso Vittorio Emanuele. Mi fermo. Devo attraversare la maratona. Scendo dalla bici, la prendo su una spalla, aspetto che passi un gruppo di runner, corro dalla parte opposta. Un volontario si arrabbia, gli dico che ho un’amica che sta per finire la sua prima maratona, mi sorride e grida Corri! Rimonto in bici, pedalo più forte, guardo tra le persone che stanno finendo, non la vedo.

Arrivo a cinquecento metri dal traguardo, non si passa, ci sono troppe persone. Giro a destra, chiedo a dei Carabinieri come fare ad arrivare al Colosseo. Mi dicono che devo fare la salita del Campidoglio, scendere dall’altra parte, arrivare al Circo Massimo, girare a sinistra e ci sono. Ok, grazie! Mi arrampico, sto fuori sella, uso il peso, il rapporto è troppo duro. Non metto il piede a terra, spingo. Porca miseria, se è pesante. Corro lungo la discesa, giro a sinistra, di nuovo. Arrivo davanti all’arrivo, chiamo Jess.

Mi dice che sta uscendo, è felice, ce l’ha fatta. Mi guardo intorno, sono tutti soddisfatti, sorridenti. Tre ragazzi si prendono in giro. Uno prova a cambiarsi senza usare l’asciugamano, resta nudo. Ridiamo tutti, non ci posso credere. Jess mi chiama, mi dice dov’è, la raggiungo.

Sembra una bambina. L’abbraccio forte, più forte di stamattina. Mi emoziona vederla così. Mi dice che ha aspettato il 34 tutto il tempo, sapere che ero li l’ha aiutata a non mollare. Vedermi l’ha motivata. 3 ore e 50 minuti. Sono stata un pezzetto del suo sogno. Sono così felice per lei. Motivarla mi ha dato la forza di concentrarmi sul mio traguardo. Barcellona. Sei mesi. Arrivo.

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