Sono le tre e mezzo, lo spettacolo è andato male. La platea era piena, io vuota. Non passava nulla, le emozioni erano fredde, immobili. Il cuore arido batteva veloce. Nessun brivido, nessuna gioia. Non sento niente. Un muro tra me e loro. Sentivo le mie compagne sfondarlo, arrivare li giù nel buio, agli spettatori. Io incastrata in una tensione impercettibile, bloccata da un pensiero di noia costante. Ferma.

Domani non riesco ad andare a correre alle sei, scenderò alle otto a fare colazione, poi vedrò cosa fare. Spegniamo la luce, non fa caldo, almeno questo. Sono dispiaciuta, ho la testa che va, scappa da un pensiero all’altro, fugge, non si sofferma. Non ho sonno, le 4.00, non riesco ad addormentarmi. Mi giro, e ancora, dall’altra parte. Non c’è una posizione che mi piaccia, non capisco. Le caviglie sbattono l’una sull’altra, le ossa fanno male, mi copro, mi scopro, apro gli occhi. Resto così per un tempo infinito.

Devo dormire. Chiudo gli occhi, metto una mano sulla pancia, respiro. Come facevo in accademia, come facevo in ospedale prima di essere operata, come sto riscoprendo adesso. Lascio che l’aria entri, mi riempia, esca. Mi sento sporca. Ho voglia di andare a correre. Apro gli occhi, solo un momento, notte, fresco. Buio.

La sveglia non suona, si pospone da sola. Sono le 8.07. Scendo dal letto, è piuttosto alto, vado in bagno, mi copro con i vestiti che trovo al buio, spero tutti miei. Colazione. Fette biscottate, marmellata, yogurt, te verde. Esco fuori, l’aria è fresca, il sole caldo, si sta bene. Faccio un paio di telefonate. Sono a pezzi dopo ieri sera, avvilita, arrabbiata, inquieta. Sono preoccupata per la replica di stasera. Salgo in camera, le ragazze si stanno svegliando, sono già le 10.00, mi cambio al volo, esco.

Accendo il garmin, cammino. La ragazza del B&B mi ha detto di andare al Castello, “tutto dritto in cima”, li vanno tutti e il perimetro è di quattro o cinque chilometri. Perfetto, ne voglio fare dodici.

Cammino, in salita, cammino. Non trova i satelliti. Arrivo al castello, suona, tiro le gambe, un minuto solo, avvio. Corro intorno al castello, dopo 750 metri sono al punto di partenza. Molto bene. Non ho voglia di fare il criceto, scendo giù lungo una discesa, tengo i muscoli, mi curo delle articolazioni. Cinque minuti, cammino. Arrivo in fondo, giro intorno ad una piazza, suona di nuovo. Corro in salita, resto sulle punte dei piedi, spingo, i polpacci sono tesi, duri, la caviglia lavora. Arrivo in cima, suona. Giro intorno al castello e poi di nuovo giù.

Ogni giro, due chilometri. Devo farne sei. Corro, corro, corro. La camminata è veloce, la corsa leggera. Movimenti lunghi, pensati, naturali. È facile. Una signora mi saluta e mi fa i complimenti. Tutti mi guardano. È tardi, comincia a fare caldo, ma in modo piacevole. Penso, sogno, mi pulisco. Come so, come ho bisogno, come desidero. Mi miglioro ad ogni singolo passo. Dodici chilometri, 206 metri di dislivello, 8’00” di media. Sono felice. La mia giornata può iniziare.

Sorrido. Scorre, lenta, arriva la sera, poi la notte, è tardi, quasi mattino, spengo la luce.

Mi sveglio presto, scendo a colazione, mangio, esco, sento l’aria, guardo il cielo, faccio due telefonate, salgo. Rosy è sveglia, viene con me. Oggi otto chilometri.

Il garmin prende subito i satelliti, sa già dove siamo. Arriviamo in cima, corriamo. Ro decide di fare i giri del castello, io oramai sono affezionata alla mia discesa. Sono abitudinaria, soprattutto se sono sola. Corro giù e torno su. La becco, la riprendo. Corriamo insieme. Ci separiamo. Io sono concentrata su di me e lei su di se. Non capita spesso di avere vicino uno spirito affine. Ultimo, mi aspetta in cima, giriamo intorno al castello insieme, io torno giù, lei in albergo. Finisco, stop. Otto chilometri, 138 metri di dislivello, 7’32” medio. Alla grande. Sono curiosa di vedere che cosa succederà domani.

La giornata è massacrante, stasera non c’è spettacolo, mi sento impotente, otto chilometri sono troppo pochi per scaricare. Notte, buio, giorno, luce.

Sono le 5.45, sveglio le ragazze. Rosy salta su sorridente ma non parla, Elena sorride, molto poco convinta, mi guarda come se volesse prendermi a schiaffi. Le adoro, ho voglia di abbracciarle, ma è ancora presto e qualcuno potrebbe reagire male. Pronte.

Camminiamo in silenzio verso il Castello. Io provo a chiacchierare ma dall’altra parte c’è solo tanto sonno. Arriviamo, avvio il garmin, corriamo. Stanno al passo, siamo vicine. Scaldo il corpo, con calma, è molto presto, non ho fretta. Lancio le gambe avanti, leggere, non spingo ancora, sposto il peso avanti, mi sporgo, mi appoggio al vento del mattino. Da poco è passata l’alba, la rugiada è ferma sulle foglie, il cielo è rosa, azzurro chiaro, si confonde tutto. Ho voglia di spingere. Chiudiamo un giro del castello, loro vanno avanti, io scendo.

Corro, cammino, corro, cammino, corro. Mi sento bene. Controllo ogni passo, ogni movimento, ogni emozione. Sei, otto, dieci chilometri. Recupero Elena, le chiedo se sta bene, dice che sta bene. Rosy è nel suo mondo, beata lei, io non ancora. Spingo, più forte, lascio la bocca aperta, voglio che il corpo bruci. Non ho paura, superiamo il limite anche oggi. Ho fame di risultati.

Ultimo giro, le ragazze non le becco da tempo, si sono fermate una mezz’ora fa e sono rientrate. Fa caldissimo, non si respira ed è ancora molto presto. Il tempo è cambiato stanotte. Tengo il passo, mi distraggo con le farfalle. Mi piace stare qui. Enna. Spingo, mancano trecento metri. Non mollo, la salita sembra ancora più dura. Suona, dovrei camminare, ma non mollo, non per fare gli ultimi cento metri. Vado in volata, accelero con quello che c’è. Ottanta, cinquanta, venti, dieci, suona.

Fermo il garmin. Corricchio alla fontanella. Mi faccio una mezza doccia, bevo. Ho una fame micidiale. Dodici chilometri, 206 metri di dislivello, 7’30” medio. Sono felice. Stasera la replica andrà alla grande. Lo so. È solo sport, dicono. Non è vero.

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