Bici caricate. Sono le sette, abbiamo gli occhi rossi di sonno. Papà guida fino a Castel Madama, tira giù le bici, prende i gel. Fa tutto, io niente. Ho solo voglia di pedalare. Tolgo la felpa, i jeans, cambio le scarpe, metto occhiali, guanti, casco. Ho il body, sono senza tasche. Oggi mi lascio viziare. Scaldiamo le gambe con l’olio, controllo le ruote. Pronti.

Pedalo a ruota, agile, a non sentire la catena. Due chilometri, la salita. Oggi 60 chilometri con 1500 di dislivello. Papà si diverte, io meno, ma non mi fermo. Tengo il ritmo di pedalata veloce, il fiato si accorcia, il cuore sale. Respiro con la bocca aperta. Respiri lunghi.

Rotonda, sinistra, entriamo in paese, la pendenza aumenta in progressione. Rallento, san pietrini, tombini, la strada si stringe, le macchine passano a dieci centimetri. Mi aggrappo al manubrio, non posso fermarmi. Guardo avanti, spingo sui pedali, uso il peso del corpo, il ginocchio tira, ancora cento metri. Scolliniamo. Non mi è piaciuto. Il body però è molto comodo, niente maglietta che sale, bretelle che segano, una seconda pelle.

Seguo papà, l’aria è ancora fresca, poche macchine. Giriamo per San Polo, il cartello dice dieci chilometri, comincia la salita. Indurisco di un paio di denti, le gambe sono leggere, pedalo agile, tengo il ritmo alto. Dopo un paio di chilometri, spinte forza resistenza. Papà controlla il tempo. Rapportone, rapportino, rapportone, rapportino. Saliamo così. Il cuore in gola. Mi chiede come sto, sorrido.

La salita è bellissima, come piace a me. Si può fare qualsiasi gioco si voglia. Potenza, resistenza, velocità. Arriviamo in cima, sinistra, seguiamo la strada, piazzetta. Riempiamo le borracce, il caffè al ritorno. Proseguiamo.

Discesa, lunga, tecnica. Abbasso l’impugnatura delle mani, mi stendo sulla bici, controllo ogni curva. Non si sa mai. Papà mi fa segno a destra, vedo una strada mezza sterrata. Alleggerisco subito i rapporti. Saliamo, di nuovo. La discesa è sempre troppo breve, tranne quando fa freddo. Riprendiamo le variazioni, trenta secondi forte, trenta recupero. Lo ripetiamo cinque volte. Ho le gambe in fiamme.

Comincia a piovere, ci fermiamo, infiliamo le cerate, giriamo le bici. Le ruote in carbonio frenano poco in discesa, sto attenta. Arriviamo alla fine, sinistra, saliamo. Rallento, ho le gambe fredde, alleggerisco di qualche dente, si sciolgono lentamente, non ho fretta. Arriviamo alla piazzetta, piove forte, entriamo nel primo bar. Io ho fame. Pedaliamo da due ore e non ho preso ancora nulla. Mangio una crostatina, poi devo andare a correre, ne mangerei almeno altre tre. Ginseng e ripartiamo.

Pedaliamo più veloci che riusciamo, discesa, salita di nuovo, arriviamo alla macchina che esce il sole. 52 chilometri con 1150 di dislivello, ci accontentiamo. C’è traffico, papà deve andare in ufficio. A casa ci separiamo, io mi cambio, lui pure, io per correre, lui per lavorare.

Avvio il Garmin. Devo correre sette chilometri. Ho le gambe a pezzi, sono pesanti, dure. Mi ripeto che se mi fermo non finirò l’ironman, ognuno si stimola come meglio crede. Sento i calzini che mi segano le caviglie. Entro a villa Glori, quattro giri. Mi superano anche i vecchietti col bastone. Non mi fermo, non mi fermo, non mi fermo. Quarto giro, respiro, analizzo il corpo, parto dai piedi, evidenzio i dolori, li spengo. Ultimo chilometro, spingo sulle caviglie, i polpacci sono di granito. Butto fuori l’aria, calmo il respiro. Il Garmin suona, premo stop, cammino. Non mi sono fermata, ho vinto io.

Scendo negli spogliatoi, metto il costume, la cuffia. Entro veloce in acqua, il corpo si svuota, non pesa più. Mi allungo, scivolo, lascio tutti i pensieri fuori. Conto le bracciate, poi le vasche. Guardo l’orologio, devo andare, sono le due e quaranta.Venti minuti, mille metri. Esco, sorrido. Faccio un doccia veloce, poi mi vesto veloce. Salgo in macchina, sono le tre. Adesso ho davvero tanta fame.

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