Sono sveglia da almeno un’ora. Fuori è caldo, non se ne esce quest’anno. Mi rigiro nel letto due, tre, quattro volte. Mi piace aprire gli occhi prima della sveglia, aspettare, pensando al nulla. La sensazione è che quelli siano minuti solo miei, nessuno può entrare. Comincio la giornata da me, da sola, sorrido, mi alzo.

Le ruote sono leggermente sgonfie, non ho la pompa con me, ne faccio a meno, farò più fatica. Biscotti di kamut, marmellata ananas e zenzero, pizzica un po’. Succo di melegrana, sorso d’acqua. Pronti.

Scendo, accendo il garmin, raggiungo la piazza, lui prende i satelliti. Pedalo. Nessuno in giro, sono solo le 7.00, l’aria è irrespirabile, sembra acqua.

Mi concentro sul respiro, apro la schiena, piego il mento verso il petto, inspiro. Non riesco a farla entrare, sento un blocco. Rallento la cadenza, butto fuori l’aria, rimango in apnea, inspiro, espiro, di nuovo. Tutto lento, calmo, morbido. Sento il respiro scendere, piano, fino alla pancia, l’inguine, le gambe, i piedi. Sale fino alla testa, poi ancora giù. Mi rilasso nella tensione del movimento. Va meglio.

Lo stomaco comincia a bruciare, bevo un sorso d’acqua, ma non basta. Vado avanti. Pedalo verso labaro, faccio la Flaminia, tanto non ci sono macchine. Resto a destra, lo stomaco brucia, pedalo, pedalo, spingo, pedalo, brucia, bevo, non passa. Adesso sono arrabbiata. Devo rallentare, mi viene da vomitare, passo Labaro, Prima Porta. Lascio il cinquanta e comincio le salite. Brevi, leggere, mi sento a pezzi. Sputo l’acqua che mi sale in bocca. Devo vomitare, non mi fermo, non ancora, magari passa. Scollino, indurisco i rapporti, faccio quello che riesco. Poco. Seconda salita, discesa, terza salita, non ce la faccio più. Scollino, mi fermo, vomito. Bile, solo bile. Quindi almeno la colazione l’ho digerita.

Mi sento meglio, ma non mi piace questa situazione. Chiamerò un gastroenterologo. Passo davanti alla Lazio, ci sono due tifosi, gli sorrido e mormoro un “Forza Roma”, non mi hanno sentito, fanno cenni con le mani. Rido. Lo so, sono una brutta persona. Continuo a ridere.

Scorciatoia a destra, cavalli, profumo d’erba, arrivo su al bivio. Due chilometri a Formello, volevo arrivare a Campagnano e tornare indietro, ma non sto bene. Non so cosa fare. Telefono, chiedo un consiglio, attacco. Credo che tornerò indietro.

Passa un tipo a tutta, fuori sella, un fascio di muscoli, biondo, enorme, urla il mio nome. Frena, torna indietro. Non lo riconosco, si avvicina. Juri! Tutto sorridente, sgancia il pedale, mi chiede come sto, dice che mi legge da un po’ e ha capito che non sto troppo in forma. Gli dico che ho appena rimesso, che la testa c’è, il corpo pure, ma non riesco a sistemare questo problema di stomaco.

Mi sta vicino fino a Formello, passeggiamo, indurisco un po’ i rapporti, solo un paio di denti. Lui deve fare solo una passeggiata, non sto a ruota, restiamo vicini, chiacchieriamo.

Una sgamabata di un ex pro è paragonabile al mio “a tutta”, quindi lui rallenta un pochino e io tengo un passo medio forte. Io mi alleno, lui scarica. Perfetto.

Arriviamo a Formello, non ci fermiamo, non bevo più caffè, quindi non è un problema. Lui vuole arrivare a Campagnano e fare la Flaminia a ritorno. Va bene. Ascolto il mio corpo e vediamo quanto mi sento di allungare. Lui mi parla, sorride, mi dice che così mi distrae. Ha ragione.

Faccio u piccolo check up. Tutto bene. Ginocchia libere, gambe morbide, mi sento un po’ giù, ma lo accetto. Lo stomaco non brucia più. Cominciamo la salita verso Campagnano. Lui mi resta accanto, mi osserva, in silenzio.

Che guardi?

Come pedali, dovresti mettere le mani piatte sul manubrio, inarcare la schiena verso il telaio e tirare su con i piedi.

Nient’altro?

Ride. Sposto le mani, gli dico che mi da molto fastidio, mi sento di cadere sul sellino, mi sembra di fare più fatica.

Piega la schiena, lascia le braccia morbide. Prova a tirare solamente su i pedali, non spingere.

Finisco la salita così. Un chilometro a tirare, gli addominali bruciano, le gambe non hanno tempo di mollare, lascio i rapporti come sono, niente leggerezza, devo farcela. Scolliniamo. Bivio, destra. Recupero.

Guardo Juri che si allunga sulla bici, copio i movimenti che fa. Respiro, profondo, lungo, spacco tutti i blocchi interni. Pochi, facili da rompere. Ho il sudore negli occhi, fa molto caldo, bevo.

Ora un tratto di mangia e bevi. Mi piace tanto il collinare così, non molli mai, sempre a spingere, quando le gambe vanno è una goduria. Oggi forse non sono al top, ma uso al massimo quello che ho e funziona.

Juri mi aspetta dopo ogni salitella, anche se non spinge, vola. Non torno indietro, oramai è tardi, ma mi sento bene. È stata una fortuna incontrarlo, a quel bivio avrei girato a sinistra, sarei rientrata, avvilita, la giornata mi si sarebbe ritorta contro, non avrei concluso nulla. Sono felice di essere andata oltre al limite. Mi sono aggrappata a quello che c’era, ho spinto al 105%, non mi sono lasciata sopraffare dalla frustrazione.

Ci fermiamo ad una fontanella, l’acqua è ghiacciata. Quattro borracce per gamba, le sento immediatamente più leggere. Bevo, mi svuoto una borraccia in testa, tolgo al volo il cellulare dalla maglietta. Non ci avevo pensato. Dice che da qui è tutta discesa. Ripartiamo.

Juri ed io abbiamo una concezione diversa della discesa.

Rettilineo, finalmente, curve, continua la pianura, lui mi stacca, sono stanca, ho fame. Tunnel, buio, pedalo veloce. Ho paura, mi crea ansia essere qui ora, voglio uscire in fretta, corro, spingo, apro la bocca, cerco tutta l’aria che può entrare, indurisco, vado più forte, Juri dietro. Finisce, usciamo. Alleggerisco, lui mi da il cambio. Sono esausta.

Labaro, bivio, andiamo dritti, le macchine sono tante oramai. Una domenica affollata. Stiamo a destra, vicini, ma non prendo la ruota. Arriviamo a Tor di quinto, gira a destra e torna a casa, io vado dritta, supero Ponte Milvio, Lungotevere.

Metto il rapportino, agile, scarico le gambe. Mi fermo ai semafori, supero le macchine, sto attenta ai motorini. Sono soddisfatta. La media sarà inaccettabile, ma ho superato un limite.

Fa caldo, molto caldo. Non posso pretendere di volare, ma va bene così, la testa mi aspetta al finish line. Ancora due mesi e spicci. Vado avanti, sempre.

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