Mangio un panino burro e prosciutto, bevo succo di melograno, infilo tre mandorle in bocca. Mentre mastico, penso, quasi senza volere. La testa è piena, pesante. Una settimana al Mugello. Sono preoccupata, sono concentrata, sono le 7.00.

Macchina, nebbia, caldo. Alla partenza saluto Omar, Costanza, Michele. Un tipo si avvicina con un microfono, gli sorrido. Domande di circostanza, le sue, di circostanza le risposte mie.

Siamo in prima linea, come sempre. Respiro, chiudo un momento gli occhi. 75 chilometri, 1300 di dislivello. Oggi è un test, andrà tutto bene, spero di non cadere. Niente ruota, niente parole. Ascolto il mio corpo, mi gestisco da sola.

Ho caldo, partiamo. Ogni volta che sento “partenza lenta fino al chilometro zero” ci credo, poi mi chiedo perchè ci casco ancora. Cerco di stare a destra, ma in una granfondo non si è mai abbastanza a destra, neanche se si corre sull’erba fuori dalla carreggiata. Giro del paese, Fiuggi, curva stretta a destra, troppo stretta, alcuni gridano, piedi a terra. Vado fuori sella, spingo, due ciclisti mi tagliano la strada, controllo la bici, scollino, non metto il piede a terra, non dico una parola. Oggi mi faccio gli affari miei.

Comincia la salita, papà tira fuori il cellulare, chiacchiera con Giorgio, li supero. Le gambe sono fresche, leggere, una bella sensazione. Supero qualche ciclista, indurisco i rapporti. Vado fuori sella, faccio qualche variazione, è un allenamento. Niente chip, niente competizione.

Arriviamo in cima, scolliniamo, discesa. Papà ha la mappa, mi ragguaglia quando gli chiedo le distanze e le pendenze. Il ginocchio brucia, allontano il dolore, non ci riesco, allora lo accetto.

Dopo un’ora mi raggiungono gli altri della squadra, Andrea, Sally, Paolo, Paolo. Restiamo tutti vicini, pedaliamo insieme. Lascio le gambe girare, senza sentire la catena. Salita, mi stacco. Qualcuno mi riprende, salutano, saluto. Ho la nausea, lo stomaco brucia, sputo, bevo, sputo di nuovo. Respiro a bocca aperta, mi concentro sui piedi. Conto le pedalate, come fosse una melodia, mi perdo, non penso, spingo, nient’altro.

Gli altri accelerano, fanno il lungo, altrimenti non arrivano più. Io tengo il ritmo, fin quando ne ho, vado avanti così. Mi guardo intorno, riempio i polmoni, butto fuori. Tutto è azzurro, verde. Il sole comincia a farsi sentire, sono le undici, non ho messo la crema, rimarrà il segno. Me ne farò una ragione.

Rettilineo, macchine ferme. Le persone sono tutte fuori, in mezzo alla strada, tesi e sudati. Trenta macchine di invitati ad un matrimonio. Supero veloce la coda, comincio la salita, un volontario apre il traffico. Mi stanno inseguendo, arrabbiati, suonano il clacson, vado fuori sella, spingo più che posso. Al bivio vado a destra, loro a sinistra. Supero il paese. Continuo a salire, scolliniamo, discesa. Ristoro, il secondo, non mi fermo. Discesa.

Mi piego sulla bici, sposto le mani sul manubrio, le dita sfiorano i freni, leggere. Ho il fuoco nello stomaco, questo problema va risolto. Mi viene da vomitare, ho voglia di fermarmi, respiro, la bocca si riempie di saliva, respiro ancora, va meglio. Salita, di nuovo, ombra, alberi, fresco, mi piace.

Fisso degli obiettivi per non mollare. Il tipo con la divisa nera, la ragazza in blu, la coppia di cicloturisti, il ponte prima di quello con la maglia arancio. Mi sento in forma, tengo il ritmo, papà non mi molla, resta vicino a me. Scolliniamo, un signore è a terra, papà si ferma, io proseguo.

Scendo veloce, mi guardo indietro dopo ogni curva, non arriva. La discesa finisce, non arriva, mi fermo al ristoro, non arriva. Riparto, ultima salita. Un tipo in MTB sale con me, ha voglia di chiacchierare, io mi limito a pochi si e qualche sorriso. Papà torna giù. Ma dov’eri?

Io qui.

Eh, io lì.

Beh ora siamo qui tutti è due.

Scolliniamo per l’ultima volta. Discesa, cinque chilometri. Freno poco, a sinistra la macchina di Inizio gara. Panico. Lascio i freni, adesso arrivano, lo so. Mi giro, ancora nessuno. Dobbiamo scappare, voglio arrivare in fondo alla discesa prima che ci riprendano i primi del lungo, altrimenti vado a terra sicuro. Taglio le curve, il traffico è chiuso di nuovo, sfrutto l’occasione. La discesa finisce, mi giro, nulla.

Io e papà siamo l’uno accanto all’altra. Indirisco i rapporti, tre chilometri, è quasi finita. Spingo, spingo, spingo, non mollo, le gambe bruciano, sento la bile in bocca, tengo gli occhi aperti, non mi distraggo, sputo. Papà accanto a me. Giriamo a destra, poi a sinistra. Rotonda, seconda. Menomale che ho lui davanti, non l’avevo vista. Sono dietro, sento le ruote. Ultimi 500 metri. Non mollare Giu, non ti fermare, più forte, dai. Me lo ripeto mille volte. Sono nel mio mondo.

Ultimi 100, ci siamo, vado fuori sella, sorrido, non possono più prenderci. Taglio la finish line, allento i rapporti, lascio sciogliere le gambe. Mi accascio sulla bici, mi fermo, scendo, mi siedo a terra, respiro. Sono felice. 3 ore e 32 minuti, prima dei primi. Da domani scarico, adesso bevo, magari vomito. Poi starò sicuramente meglio, così passo in farmacia.

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