Ci alziamo con calma, nessuno ci corre dietro, vacanza. Mi piace. Mi rigiro nel letto, pochi minuti, fondamentali. Non un pensiero negativo, una ruga, un brufolo. Sorrido, beata ignoranza. Ogni tanto un po’ di nulla ci vuole, ci piace e lo respiriamo a pieni polmoni.

Cucina. Taglio due limoni, papà osserva i miei movimenti, le mani veloci e precise, gli occhi tra il sonno e la veglia. Non parla. Scalda un po’ d’acqua nel bollitore, io scelgo lo spremiagrumi manuale contro quello elettrico. Spremo, verso nei bicchieri, aggiungo l’acqua. Cin cin, beviamo. L’aspro è mitigato dall’acqua ma facciamo lo stesso qualche smorfia.

Bagno. Mi lavo, metto una tuta. Colazione. Muesli, yogurt, thè verde, succo di mirtillo. Fuori piove, non sappiamo se riusciamo ad uscire in bicicletta.

Ieri 82 chilometri, primo giorno con le barre. Ho voglia di pedalare ancora. Smette di piovere.

Che si fa?

Boh, magari ricomincia.

Aspettiamo, temporeggiamo, ci annoiamo.

Dai andiamo!

Ok.

Ci vestiamo uguali, stessa divisa. Pipì preventiva fatta, due volte. Fuori fa freddo e stimola. Ci sono otto gradi.

Avvio i garmin, il 510 stretto tra le barre, il 920 al polso. Lascio che le gambe girino, oggi sono 90 chilometri con 40 di salita, serve strategia. Parto piano e poi rallento. Cosa che, per il mio ritmo base, vuol dire rimanere immobili sul posto. Appena comicia la salita verso il Bernina, io entro in modalità spinning. Agilità, cuore, fiato, velocità di cadenza, grande allenamento, ma faccio un metro al minuto. Sembro uno di quei cartoni animati belli che vedevamo da piccoli. Correvano sul posto per puntate intere e io ridevo tanto.

Fa freddo, non ci penso, ma fa freddo e si sente. Sto dietro a papà, copio certe cose che fa. Come cambia, il suo ritmo, la morbidezza e la fluidità del movimento. Sembra facile. Guardo la sua schiena e mi perdo.

Ascolto il mio respiro che si distende, 18 chilometri alla vetta, la prima, oggi sono quattro. Le ginocchia tirano, un fastidio, cerco la posizione di minor tensione. Pedalo e sorrido. Una salita pedalabile, con tratti veloci. Il trenino rosso c’insegue, ci supera. Salutano, salutiamo.

In cima l’aria è gelida, io devo andare in bagno, per la seconda volta. Ci fermiamo, ordiniamo un thè bollente.

I muscoli tremano nella speranza di riuscire a scaldarsi da soli ed io improvvisamente provo una tenerezza infinita per il mio corpo. Lui, così intelligente, animale, istintivo, sempre sfruttato da una psicologia sbagliata. Una testa che pretende tanto, a volte troppo, che non si ferma mai, che non gli da ascolto, lo zittisce, lo umilia e lo mortifica. Il mio corpo, il mio fratellino, un genio personale di cui solo adesso scopro il talento e le potenzialità.

Faccio pipì, beviamo il thè. Mi sento meglio.

Usciamo, bici. Via. Foto veloce sotto al cartello del passo, che cacchio di gelo. Discesa, tre chilometri. Dogana, non ci fermano. Tre chilometri all’11-12%, sto a destra, le macchine sono tante, veloci, vicine, troppo vicine. Ho paura. Papà dietro di me, mi concentro su questo pensiero. Siamo insieme, non può succedere nulla di brutto. So bene che non è vero, ma illudermi mi aiuta. Come vedere un cartone della disney e credere nel principe azzurro, o leggere un romanzo di Jane Austen e sperare in un vissero felici e contenti.

Scolliniamo, finalmente. Forcola di Livigno. Tre signori ci fermano, ci facciamo le foto a vicenda, come si faceva prima dei selfie.

Ora quindici chilometri di discesa fino a Livigno.

Spingo, mi piego, il vento è forte, lo contrasto come posso. Una folata di vento mi colpisce a sinistra, sposta il manubrio verso il burrone, lo raddrizzo per un pelo. Il cuore mi esce dal petto. Rallento.

Due dita sui freni danno colpi leggeri e veloci. Il respiro si placa, la bocca si chiude, la fronte si spiana, i muscoli si rilassano. Ascolto tutto, sento ogni piccola modifica, tutti gli assestamenti impercettibili.

Entriamo in paese, ciclisti, gente, negozi, offerte, bambini, cani, macchine. Casino. Sgancio il pedale, mi fermo.

Ora beviamo un thè e poi si torna a casa. Altri due passi, altre due discese, altra fatica, altri sorrisi. Io e papà.

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