Lettino. Tacchette, casco, occhiali da sole, calzini, gel. Mizuno, cappello, gel. Ben, sono pronta. Infilo la muta, sul body scivola facilmente. Cuffia, occhialetti. Oggi 2km nuoto, 60km bici, 15km corsa.

Il mare non è praticabile, mi avvicino all’acqua. I cavalloni sono alti, nessuno sta facendo il bagno. Non importa, l’allenamento di oggi è finalizzato a fare pratica sulle transizioni. Quindi ho deciso di cominciare direttamente dall’uscita dal nuoto. Nessuno lo sa però. Mi guardano tutti come fossi pazza, nuotare in un mare così grosso, sono curiosi, si alzano seduti sui lettini, i bambini smettono di giocare con la sabbia, il bagnino mi osserva. Gli faccio un cenno, lui a me. A gesti gli chiedo se posso nuotare, lui fa segno di No, allora gli dico che entro ed esco. Rimane immobile per un momento, mi guarda, non ha capito. Sinceramente io non ho voglia adesso di avvicinarmi a lui e dovergli raccontare tutto quello che devo fare, quindi lo guardo e sorrido. Un lungo e dolce sorriso, bocca e occhi. Sorride e fa Si con la testa. Bene, ci siamo capiti.

Guardo il mare, tutto è pronto. Il Garmin ha preso il gps. Respiro. Uno, due, tre. Via.

Corro verso l’acqua, tutti gli occhi su di me, mi tuffo. Bracciate, forti, pesanti, veloci, mi giro, spingo con le mani a terra, tiro su il busto, corro fuori. Sabbia, ci avevo pensato, ma senza trovare alcuna soluzione. Adesso devo infilare i calzini con i piedi tutti sporchi e non ho tempo di pulirli. Tolgo la muta, s’incastra sul Garmin,come al solito, la strappo via, scivola lungo le gambe, libera. Tolgo cuffia, occhialetti. Infilo gli occhiali, il casco, calzini, tacchette. Mi giro, afferro la bici per il sellino, corro fuori dallo stabilimento. Passerella di legno in salita. Grido “Permesso, Permesso, Eddaje!”.

Non ho mai capito quale sia il problema delle persone davanti a chi fa sport. Perché vengono terrorizzate e rimangono pietrificati, con gli occhi vuoti, incapaci di reagire? Eppure non sto guidando un carro armato, non ho un fucile, sto anche correndo piuttosto piano. Dovrei farci uno studio prima o poi.

Strada, salgo in bici, aggancio il pedale. Prima transizione completata. Ci sono molte macchine, persone, nessuno guarda la strada, loro attraversano. Forse sono io che ho fretta, poca voglia di frenare e non voglio farmi male, però andiamo, dare uno sguardo prima di attraversare è d’obbligo. Se io fossi una macchina?

Bevo, l’acqua è già calda, non ci faccio troppo caso. Pedalo veloce. 31/32km/h. Sto bene, cerco di non sentire la catena. Pedalo, agile e veloce. Non penso a nulla. Arrivo ad Ostia, rotonda, strada per Roma. Voglio arrivare al Palalottomatica e tornare indietro. Ad ogni semaforo prego che diventi verde, non voglio fermarmi.

Sudo, il sole è bollente, l’acqua oramai è tè.

Salita, discesa, salita, discesa. Lievi, nessuna pendenza cattiva, ma non mollo mai. Spingo in salita, in piano e in discesa. Quindi sono sempre più stanca.

Salita più lunga, la vedo, rallento. Guardo il garmin, sono troppo lenta, non posso, non è possibile. Dopo questi due anni che pedalo, uno e mezzo che mi alleno per questa gara, non posso essere ancora così pippa.

Guardo la ruota davanti, mi concentro, non penso a nulla se non ai piedi che pigiano i pedali, le anche le caviglie le ginocchia tutte in asse, lungo cui i muscoli si contraggono in spasmi di piacevole dolore. Sono più veloce.

Devo autoinibirmi. La testa non mi aiuta. Vedo una salita mi spavento e rallento. Se mi concentro sulla ruota, anche con la forza maggiore richiesta dalla pendenza, riesco a pedalare con più grinta. Non la devo vedere. In pratica sono come un cavallo, mi metto i paraocchi e continuo a spingere. Bene averlo scoperto, meglio tardi che mai.

Mi aggrappo al manubrio, il traffico aumenta. Roma. Arrivo al Palalottomatica, mancano ancora tre chilometri ai 30. Vado avanti, m’infilo tra le macchine ai semafori, faccio attenzione ai motorini. Verde, verde, giallo, passo lo stesso. Trenta chilometri in un’ora e due minuti. Ottimo. Torno indietro, ingollo un gel, bevo. La strada al ritorno è sempre meno dura.

Testa e mente, due mondi. La testa, razionale, crea paranoie, avvilisce, inibisce, distrae. La mente è pulita, pura e ascolta il corpo.

Respiro a fondo, guardo davanti, penso al mare, sento il sale sulla pelle, tira. Resto piegata sulle barre, mi allungo, sciolgo il collo, lascio girare le gambe. Ostia, giro a sinistra. Spingo, spingo, spingo. Nove chilometri, sette. Vado avanti, non mollo, manca poco, non mi fermo. Due chilometri, il vento è stato molto forte al ritorno, continua a soffiare. Scendo, seconda transizione avviata.

Corro giù per la passerella, mollo la bici, tolgo le tacchette, metto le scarpe, butto sul lettino il casco, metto il cappellino. Via. Corro, corro, cammino. Cinque minuti e cinque minuti. Non riesco a correre, ho un ginocchio che brucia. Va bene, cammino veloce, 7’15″/7’10” al chilometro. Lascio che le gambe si sciolgano, che la schiena segua il movimento. Guida il centro del corpo.

Respiro, mi lascio andare, non penso. Oggi il traguardo è il mio risultato. Quindici chilometri. Ho sete, entro in un bar, mi lasciano aperto il rubinetto, bevo tre bicchieri, saluto, esco e riparto. A sette chilometri corro, non ce la faccio più a camminare. Tre, due, uno. Ci siamo. Corro. Cinque minuti e cinque minuti. Torno indietro. Pit stop allo stesso bar. Mi sorridono tutti, fuori è molto caldo e io sono stanca, ma sorrido anch’io.

Corro, cammino, corro, cammino. Per strada non c’è nessuno. Sono tutti al mare, stesi sui lettini. Non li invidio per niente. Due chilometri al traguardo. Il garmin suona ancora, basta camminare, adesso corro e basta. Corro fino in fondo. Penso a Barcellona, li sarò solo ad un terzo del percorso. Finisco l’ultimo gel, li terrò nel body, sulle gambe, dalle tasche escono, non si può fare.

Cento metri. Suona. Stop. Cammino, neanche un applauso questa volta. Mi piace arrivare al traguardo e vedere le persone che sorridono e si emozionano attraverso di me. Qui non c’è nessuno. Lo sapevo, non importa.

Imbocco la passerella, scendo giù, incrocio un signore “ehi brava!” E applaude. Grazie!!! Sorrido, felice.

Mi giro, lui se ne va, rimango un attimo li, lo guardo andare via. Ho avuto il mio applauso. Quattro settimane, vorrei che fosse domani.

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