A che ora facciamo domani?

8.30?

Bene, buonanotte.

Andiamo a dormire. Mi butto sul letto, Vittoria vicino a me. Lei gioca a burraco sull’ipad, io leggo un libro, di carta. Ogni tanto ridiamo, spesso senza un motivo. Non dormivamo insieme da tanto tempo, mi mancava.

A mezzanotte spengo la luce. Mi sveglio, mi guardo intorno, non capisco dove sono. Il lato del letto è sbagliato, di solito sono a sinistra. Una luce arriva dall’alto. Guardo il telefono, sono le 6.30, papà mi dice che anticipiamo la corsa alle 7.30. Va bene, sono a Matera, quella è Vittoria, tra un’ora vado a correre. Mi giro dall’altra parte e mi rimetto a dormire.

La sveglia suona alle 7, mi alzo subito, non sono riuscita a riprendere sonno. Bagno, la luce è verdognola, un po’ inquietante, il verde così sparato di prima mattina. Mi vesto, esco.

Fuori è freddo, umido, sembra di tuffarsi in un lago. Vado a prendere papà sotto il balcone, esce, scende. Andiamo.

Accendo il Garmin, trova il battito, menomale, cerca i satelliti. Intanto corriamo tre o quattrocento metri fino alla macchina. Faccio stretching al muro, ho già il fiatone, trova i satelliti. Papà cambia gli occhiali, mi raggiunge. Siamo pronti.

Cominciamo a correre a ritmo sostenuto, per me è molto veloce, lui saltella.

Dopo cinquecento metri scarsi comincia la salita. Seguiamo la strada, destra, sinistra, destra di nuovo. Papà mi riempie di consigli, io ascolto, metto in pratica, non riesco a fare quasi nulla di quello che mi dice. Continuo a provare.

Ad ogni curva aumenta la pendenza, non spiana, non finisce. Rallento, non posso tenere la velocità che avevamo in pianura. Papà mi dice di aiutarmi con le braccia, le mani.

Se vuoi che mi metta a quattro zampe va bene, tra duecento metri sarei crollata a terra comunque.

Ride, io pure, dentro però. Continuo a spingere, lui non mi molla, sta accanto a me, cammina veloce, io non smetto di correre. Arriviamo davanti una chiesa, giriamo a sinistra, ricominciamo la salita. Non avevo dubbi.

C’infiliamo nelle stradine del centro storico, tutto è bianco, pulito, nessuno in giro. La nebbia, fredda, tiene bassa la temperatura del mio corpo, io respiro, faccio entrare più aria che posso, spezzo il fiato e vado avanti. Seguo papà, mi fido, mi affido. Sinistra stretto, gradoni. Prima o poi smetterò di fidarmi. Mi dice di recuperare. Saliamo veloci, a mezza corsa.

Arrivati in cima non sappiamo dove siamo, la strada ancora non spiana, non capisco come sia possibile. Ci orientiamo a sentimento. Il terreno lastricato è terribile per correre, duro, dissestato. Io cado nel corpo, sono stanca.

Papà mi dice che faccio troppo rumore con i piedi, che devo appoggiare solo l’avampiede, al massimo la pianta centrale, piegare la caviglia e spingere subito via la terra.

Immagina di entrare in una camera da letto, nel letto c’è qualcuno che dorme e tu devi fare piano per non svegliarlo.

Ma scusa, chi è questo qualcuno, poi perchè devo entrare nella sua camera da letto, nel buio, senza svegliarlo. Perdonami, ma ho bisogno di una buona motivazione per fare una cosa del genere.

Mi prendi in giro?

Beh si, un pochino.

Corriamo verso l’albergo. Non abbiamo ancora fatto un metro in discesa, smetto di chiedermi come sia possibile, ho le gambe di piombo. Mi concentro, corro nella camera da letto di uno sconosciuto, funziona. Sposto il peso del corpo avanti, tengo le mani vicino alle anche, danno il ritmo alle gambe. Alzo la testa, piego le spalle in avanti. Immagino di cadere, spostare un muro invisibile davanti a me. Allora, la camera, il muro, il silenzio, il buio. Un trip.

Arriviamo alla macchina, proseguiamo. A sinistra una scalinata. Cantiamo la canzone di Rocky, saliamo, smetto di cantare. Raggiungo papà, la prossima volta arriviamo fino in cima. Che probabilmente non esiste.

Doccia, colazione, viaggio verso Lecce.

Domani mattina si corre di nuovo, tu mi tiri, io non ti mollo.

Dovremmo farlo più spesso.

Già.

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata