“Sono come noi in mezzo a noi, in molti casi siamo noi a far promesse senza mantenerle mai, se non per calcolo, il fine è solo l’utile… ”
Poesia.

Una vera poesia rappata che delinea i mali della società moderna, affari amicizia lavoro, purtroppo anche sport, nello specifico parleremo dei runners, ma vale anche per ciclisti, nuotatori e triathleti, fermo che l’esperienza che raccontiamo oggi è ben “murata” e nasce da una situazione specifica.
Ho una amica che da anni è una “top runner” amatoriale, ha un lavoro quotidiano ma la corsa le da grosse soddisfazioni, vederla correre è un piacere per eleganza, una fatica starle dietro. Parlavamo dei suoi tempi in mezza e sono davvero importanti, e si sta togliendo gran soddisfazione nel trail dopo qualche esagerazione in allenamento che l’ha portata ad infortunarsi gravemente.
Si allena in una cittadina, o meglio cittadella, italiana, con fidanzato ed amici, compagni di squadra che la adulano e sostengono.
Un giorno però questa ragazza riceve un gran riconoscimento, non economico, non direttamente, non una coppa nelle due versioni metallica o suina, ne un prosciutto, ma diventa ambasciatore di un grande brand di scarpe ed abbigliamento sportivo, modificando maglia sociale e spostando l’abbigliamento da allenamento in quello logato dallo “sponsor”. Continua a salire sui podi, a sorridere a tutti correndo in allenamento e gara perché l’animo quello è e quello rimane, a prescindere da cosa (lei) indossi. Gli sguardi che riceve cambiano, i complimenti calano, i commenti alle spalle aumentano, fino al ridicolo evento che la porta a fare uno shooting fotografico (non organizzato da lei, non solo per lei, ma per tutti i suoi colleghi ambasciatori…) nella sua città.
4 ore abbondanti di faticosi scatti nella calda location dove si allena sempre, da ora di pranzo a tardo pomeriggio.
Questo è il tempio dei runners locali, man mano che la giornata avanza arrivano tapascioni e fenomeni reali, come il ragazzo di colore che gira con una falcata impressionante (stesso brand ai piedi della nostra amica…), a quelli locali che più che allenarsi iniziano a commentare come i vecchietti muppets i giri di corsa, limitati da ore di scatti (fotografici quanto atletici) e dalle richieste del fotografo, un “pirla” che era a Londra fare LA FOTO a tale Bolt al momento dell’infortunio che tutti abbiamo visto.
“Gente persa in una piccola città” cantava Ligabue, il mondo rimane chiuso da 4 mura, un cronometro, un selfie, uno screenshot di Strava o Garmin connect, la competizione con la nostra nemesi podistica.
Tutto giusto per carità, ogni minimo successo e miglioramento per noi stessi è una conquista, come dicevo in un altro articolo ci godiamo in spogliatoio il momento, viviamo per una medaglia che paghiamo con il pettorale ma che varrà come quella d’oro alle olimpiadi.
Ma perché dileggiare un conoscente che ha conquistato qualcosa in più di noi?
“Non lo merita”
“È lento/a”
“È brutto/a da vedere correre”
“È un presuntuoso/a”(o peggio…)
“Ma se gli sto sempre davanti!?!”
“Mi vede solo in doccia”
L’invidia è un peccato mortale.
Meriti e demeriti per una sponsorizzazione sono molto aleatori al giorno d’oggi, leggiamo profili che si ergono a “Influencer”, rabbrividisco all’idea, che si valutano per tempi in corsa, ma si limitano al loro praticello, senza curare le sterminate praterie dei runners distribuendo magari incoraggiamenti e sorrisi nella corsa, una pacca sulla spalla quanto un calcio nel sedere nel momento in cui sia necessario per motivare. Come da foto in cui mi son trovato taggato quando mi si chiese di fare il pacer alla maratona di Venezia (un gran privilegio si!).
Beh, chiudo con due considerazioni, una prima con la triste realtà espressa dalla mia amica che i suoi “amici” sono scomparsi anche dai complimenti anche social nel momento in cui è stata premiata per il suo talento sorridente, il secondo un ricordo che riassume quel che dovremmo pensare del nostro quotidiano, in un’altra piccola poesia rap:


“Gli incontri, gli scontri, lo scambio di opinioni, persone che son fatte di nomi e di cognomi. Venghino signori, che qui c’è il vino buono, le pagine del libro e le melodie del suono.
Si vive di ricordi, signori, e di giochi, di abbracci sinceri, di baci e di fuochi, di tutti i momenti, tristi e divertenti, e non di momenti tristemente divertenti.”

 

 

A proposito dell'autore

Andrea Toso

43 anni store manager, maratoneta e triathleta, testardo atleta.

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