Il corpo è debole, non ho recuperato. La testa è altrove. Arrivo a Pescara, mamma è vicino a me, sa che non deve lasciarmi da sola. Parcheggio, iscrizione, braccialetto, blu questa volta, zainetto, maglietta, adesivi. Torniamo alla macchina, riempio le sacche da lasciare in zona cambio. Sacca blu per il cambio nuoto bici e sacca rossa per quello bici corsa. I gel li metterò dentro domattina, prima della gara.

Tengo la bici stretta, le sacche in mano. Ho voglia di correre domani. So di essere debilitata, che non ho mai corso più di dodici chilometri e soprattutto che farà molto caldo, ma non importa. Accetto la situazione di partenza, ascolto ogni minimo allarme del mio corpo, affronto il mare la strada e l’aria con umiltà ed intelligenza. Voglio arrivare in fondo, non sono più sicura di farcela, ma devo provarci.

Entro in zona cambio, sono rilassata. I volontari mi stanno dietro, li riempio di domande, li faccio ridere, mi fanno vedere dove devo appendere le sacche. Lo faccio, faccio tutto e cerco di farlo bene.

Prendo la bici e vado a cercare il mio posto. Il 107. Guardo le persone fuori dalle ringhiere, cerco mamma, la trovo, le dico che arrivo. Sono felice che ci sia lei con me, non avrei potuto sopportare l’essere qui da sola. È la mia roccia, poi finalmente è vicina a me in una gara, la vivrà con me, passo dopo passo, non sarà solo un racconto questa volta.

Macchina, albergo, piscina, parole, telefonate, lacrime, cena, risate. A mezzanotte siamo a letto, non ho sonno, ma alle sette suona la sveglia.

Entro in zona cambio, sistemo le ultime cose, Emanuele mi aiuta a gonfiare le ruote della bici, Francesca è tesa ma ride, Pigi è allegro e dolce come sempre, saluto, sorrido, mi fa male il cuore, ma adesso devo pensare al mio corpo e basta.

Mamma mi porta ad un bar sul mare, prendiamo un altro caffè, vado in bagno, è la quarta volta. Non sono tesa, ma il mio corpo non è d’accordo, evidentemente.

Metto la muta, provo il mare, chiedo informazioni sul percorso nuoto. Un francese mi spiega tutto, dice che basta che segua il gruppo. Non sa che rischio un attacco di panico in acque libere, che potrei rimanere indietro e non sapere dove andare. Lo ringrazio, mi dice che andrà tutto bene, sorride. Sembra abbia capito.

Mi siedo con mamma vicino alla partenza, mancano venti minuti. Sento la tensione salire, respiro. Vedo le ragazze che passano sotto agli archi, mi alzo, bacio mamma e vado.

Siamo tutte li, io in fondo, i Pro partono, mancano cinque minuti. Il cuore è in gola, cerco di concentrarmi su di me, non terrò conto del tempo, sarà bello, sarà la mia prima vittoria. Tre, due, uno. Si parte.

Corro sulla sabbia calda, il mare è fresco, calmo, le ragazze no, sembrano bestie. Mi tuffo, un calcio mi sposta gli occhialetti, una gomitata mi chiude la bocca, sento il sangue, sputo. Due mi stringono, mi arrivano colpi in testa, in faccia, sulla schiena. Resisto, mi calmo, cerco di superare il casino, una mi afferra una caviglia, mi tira indietro. Adesso basta. Allargo le braccia, spingo con le mani, tendo i muscoli, prendo l’aria solo quando mi serve. Se una si avvicina, l’allontano con una botta, pesante.

Il gruppo si allunga, recupero posizioni, passo le boe, non mi fermo. L’acqua entra nella muta, è fresca, ho caldo. Arrivano gli uomini, provo a mettermi in scia ma sono troppo veloci, aggressivi. Penso che c’è tanto spazio, non capisco dove fosse la necessità di passarmi sopra. Rimango nella mia traiettoria, ci vediamo fuori.

Usciamo, sento lo speaker che urla il mio nome, corro verso la zona cambio, vedo mamma che mi saluta, Margherita mi incita. Piedi nudi, corro, corro, corro, è semplice, naturale, bello, piacevole. Entro, mi cambio, vado. Un giudice mi dice che non posso correre con le scarpe in mano, penso che sia una regola stupida, non capisco perchè, ma faccio la brava e chiedo scusa. Prendo la bici ed esco.

Pedalo, agile, serena, recupero. Sento che i muscoli non ci sono, ma lo sapevo, quindi mi organizzo, sbuffo, mi passa, pedalo.

Sono lenta, rimango senza acqua, al trentesimo chilometro voglio scendere. Mi fermo, scrollo le gambe, riparto. Mi superano tutti, recupero qualche posizione. Arrivano i crampi. Sento le dita dei piedi che si accartocciano, il dolore sale, scosse e morsi lungo i gemelli e i polpacci, il ginocchio stride dentro, poi prende anche gli adduttori, non si ferma, arriva ai glutei. Mi recupera Paolo, mi passa, mi chiede come sto. Gli dico che ho i crampi, mi offre l’acqua, ma ne ho ancora.

Bevi Giulia, non mollare, dai!

Prosegue, io bevo, la finisco, ho sbagliato i calcoli, sono a secco. Dieci chilometri senza acqua, in salita, contro vento. L’aria è bollente, difficile da far entrare nei polmoni.

Ristoro, mi fermo, butto giù un panino, mi scolo una borraccia intera, non fa bene, ma è così. Ne prendo un’altra, la mia l’ho buttata. Riparto.

Persone, bambini, tutti ai bordi delle strade. Applaudono, ridono, stendono le mani per prendersi i cinque.

Non posso, come avessi fatto, altrimenti cado!

Ridono, rido anch’io. Il loro calore è una spinta straordinaria. Arrivo in fondo alla seconda salita, mancano poche centinaia di metri. Un bambina aspetta il mio passaggio, sorride, è molto bella, appena sono davanti a lei caccia un urlo agghiacciante. Non cado per miracolo. Voleva avvisarmi che la salita era finita, non dico nulla, mi ha spaventato tantissimo, proseguo.

Mi giro verso il mare, devo tornare li, non devo mollare, mi sento svenire, stringo i denti. Finiscono le salite, sono a sessanta chilometri, posso farcela, devo arrivare. Un signore mi lancia dell’acqua fredda addosso, mi si blocca il respiro per un momento, ma la sensazione è bellissima.

Discesa, non tocco i freni, piego, respiro, stacco i piedi e scrollo. I crampi mi stanno facendo impazzire. Sento la testa pesante, non sono i pensieri, è dolore. Adesso il mal di testa, perfetto.

Finisce la discesa, ancora quindici chilometri. Mani sotto, mi stendo sulla bici, il vento non è troppo forte, evito le scie, recupero posizioni, tengo i 42 km/h fissi. Spingo, quello che ho, penso alla corsa, cerco di risparmiare qualcosa, ma sono finita, devo poter stendere la gambe, non ce la faccio più, devo scendere dalla bici.

Rientro, scendo, sistemo, mi cambio. Cammino veloce, sistemo la sacca, esco dalla zona cambio, corro. Dopo cinquecento metri devo camminare un momento.

Ventuno chilometri sono tanti, non li ho mai neanche sfiorati. Mi agito. Corro di nuovo, recupero alcuni, altri mi passano. Penso ad ottobre, raddoppiare le distanze. Evito di beccare virus intestinali, arriverò preparata.

Penso a Simone, a casa, che mi segue. Penso a lui. Penso alla mia famiglia. Penso a mamma, tra poco la vedo. Penso ai miei amici, Bern, P, Dani, Rob, Lou, Mario, Mau, Jess. Corro, cammino. Danilo vuole così, è strategia dice, io penso che non ce la faccio, quindi non ho scelta.

Corro cinque chilometri in 43 minuti, smetto di pensare al tempo. Primo giro, primo elastico, mamma non c’era.

Fabio mi supera, daje Giù. Mi recupera Marco, poi Paolo.

Giulia non mollare, ti voglio in fondo!

Ci incrociamo tre volte, poi lo vedo che va verso la fine della sua gara. A me mancano ancora due giri e mezzo. Due ore, se non riesco a velocizzare. Non riesco a prendere il ritmo, ho bisogno di camminare parecchio. Cerco di tenere i cinque minuti camminata e cinque minuti corsa. È molto dura. Ad ogni ristoro bevo, qualsiasi cosa mi diano. Mi verso l’acqua addosso, sto meglio. Cammino qualche metro e ricomincio a correre. Mi viene da vomitare, ho bevuto troppo.

Vedo Michele, mi applaude. Forza, andiamo!!

Sorrido, corro, prendo il ritmo. Non mi fermo più. Il Garmin suona ogni chilometro, ogni cinque minuti, ogni volta che pensa ch’io stia recuperando. Due elastici, sono a metà.

Un ragazzo cammina, rallenta. Gli passo vicino, rallento.

Dai corri con me.

Voglio arrivare in fondo.

Lo so, anch’io, andiamo insieme.

Ricomincia a correre, siamo lenti, ma adesso è più sereno, il dolore alla milza si scioglie lentamente. Mi dice che posso andare, lui ha bisogno di camminare un po’, mi promette che non mollerà. Ci diamo la mano, gli sorrido e vado avanti. Non si fermerà, neanche io.

Corro, cammino. Terzo giro. Guardo chi mi corre davanti, chi accanto. Conto gli elastici sulle braccia di tutti, sorrido a chi ne ha quattro. Ogni volta che passo davanti al bivio, giro intorno al gonfiabile, saluto mamma, ogni volta, guardo verso la finish line, stringo i denti e continuo a spingere.

Il mio corpo non c’è più, ho sete, un anca mi fa molto male, i tendini delle caviglie tirano, mi ascolto, organizzo il movimento intorno al dolore.

Ultimo giro, mando un bacio a mamma, le dico che le voglio bene. Corro, non mi fermo, ultimo elastico. I volontari mi applaudono, ridono.

Vai Giulia, Forza Giulia, dai che è finita.

Ancora tre chilometri e mezzo!

Dai, non mollare.

A questo punto potrebbero anche spararmi e non mi fermerei.

Ristoro, sorrido a tutti, li ringrazio per avermi sostenuto nella corsa. Un chilometro e mezzo, manca pochissimo. Tre bambini mi vengono incontro, sorridono, mi incitano, stendono le mani per battermi il cinque. Come sono belli. Cinquecento metri, quattrocento. Guardo il Garmin ogni secondo. Vedo il bivio, accelero quanto le mie gambe vogliono. Non ho comando su nulla oramai, vedo mamma, le dico che ci vediamo in fondo. Ultimi cento metri, passerella, tappeto, vedo l’arco della fine, accelero ancora, non mollo, ci sono, tre metri.

Giulia Santilli, bravissima! Foto, medaglia, cinque, pacche sulle spalle, complimenti. Io sorrido, mi salgono le lacrime. Prendo una bottiglietta d’acqua, bevo, mi siedo. Ce l’ho fatta. Adesso, Barcellona.

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